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la mia biografia
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GENNARO DE STEFANO

Sono nato nel 1951 a Portici, ma solo per caso. Mia madre decise che al secondo tentativo, il nascituro, se fosse stato maschio avrebbe dovuto avere radici partenopee. E quelle mi sono rimaste, nonostante abbia vissuto 40 anni ad Avezzano, in Abruzzo. Strano paese, di frontiera, abitato da pionieri e figli di gente avventurosa.

La zia Maria, nella cui casa di Portici ero venuto al mondo, era un donnone mediterraneo, mora mora, in carne e molto florida. Era sposata con tal Salvatore Pignalosa, omone che si fregiava di un cognome spagnoleggiante, che a me piaceva assai. Era un imprenditore che aveva fatto fortuna sotto il fascismo, costruendo strade nelle colonie dell’Africa Orientale, mentre in quegli anni proseguiva le sue non meglio specificate attività in un deposito che si chiamava Ca.mu.na, acronimo di cui ancora oggi riesco a decifrare solo le ultime due lettere.

L’appartamento al secondo piano di Villa Marinucci, aveva stanze ampie, una terrazza molto grande, che affacciava sul parco di palme e oleandri, e un corridoio lunghissimo con vetrate che davano sull’androne. Per casa girava un’altra corpulenta donna, la domestica Maria Grazia che, nello sfaccendare, mostrava spesso le pudenda allo chauffer Gaetano, tra le rimostranze del marito Erminio. Il quale Gaetano, a sua volta, divisa scura e berretto d’ordinanza, quando non era al servizio del padrone o dei suoi ospiti, passava il tempo a lucidare l’elegante Fiat Millequattro, nel garage  alla sinistra di chi entrava nel Palazzo.

Poche ore dopo la mia venuta al mondo, fu tenuto un gran consulto per scegliere il nome. Si discusse animatamente e, inizialmente, stava prevalendo la corrente di pensiero di chi voleva appiopparmi quello di Ciro, santo patrono di Portici. Non si sa come fu, ma scampai il pericolo di chiamarmi non già come Ciro il Grande, ma come Ciro a Mergellina, noto ristorante napoletano. Evitato il primo colpo, non riuscii però a schivare il tremendo uppercut che mi venne assestato al secondo round quando, in coro, gli astanti gridarono

«Gennaro! Comme ‘o nonno e la buonanima dello zio Ninì, morto sotto le bombe americane!».  In quel modo si misero d’accordo sia la famiglia paterna che quella materna e così fui registrato all’anagrafe come Gennaro De Stefano che, scritto così, pare già uno di quarant’anni, sposato e con prole. Tant’è che, da piccoli, tutti i piccoli Gennaro diventano Ninì, Gennarino, Rino perché il nome del patrono di Napoli pare un poco pesante, come un cibo indigesto, se affibbiato a un neonato.

Ma a Napoli, si sa, le soluzioni arrangiate sono all’ordine del giorno e fu così che, l’ingombrante Gennaro, si trasformò in Genni, in modo da modellare il nome alle forme ridotte del pargolo cui era destinato. Cominciarono subito a chiamarmi con quel diminutivo femminile, anche se mitigato dalla furbata di farlo terminare con la i e non con la y, ma nella pronuncia, questa differenza non si avvertiva. Non so se trovarmi contento perché, in alternativa, il nomignolo sarebbe stato Rino, prefisso e suffisso delle malattie del naso e delle patologie nasali (rinoplastica, rinogutt, otorino).Alla fine fu Genni (retaggio dell’occupazione americana del ’44 come sostiene Luciano De Crescenzo a proposito di tal Genny California venditore di blue jeans) e con quel diminutivo m’incamminai sulla strada della vita.

Ho iniziato a fare il giornalista nel 1975 scrivendo su L’Unità andando sempre a caccia di storie di cronaca, le uniche che mi facessero immediatamente salire la pressione e l’interesse.

Sono rimasto cinque anni nel giornale del Pci, poi me ne sono andato sbattendo la porta perché la politica del partito non mi piaceva più. Per qualche anno non ho più scritto neanche un rigo e dicono sia la maledizione di chi lascia il Pci. Io credo invece che sia solo l’incapacità di chiedere favori. Non me ne pento, perché non devo dire grazie se non a me stesso.

Ho ripreso a scrivere nel 1989 su una splendida rivista abruzzese che si chiama Vario diretta da due grandi giornalisti Francesco Di Vincenzo e Claudio Carella. Loro mi ha fatto riprendere in mano la penna e da lì sono partito per iniziare tutto da capo. Nel 1991 ho avuto il primo contatto con la Rizzoli e il settimanale Visto mi prese tra i suoi collaboratori. Era l’epoca del Delitto di Balsorano, del Mostro di Firenze e Pacciani, di Luigi Chiatti, alias il Mostro di Foligno e Via Poma. Mi sono occupato di questi casi mettendo a segno anche una serie interminabile di scoop.

Improvvisamente, poi, agli inizi degli anni Novanta, forte di un pensiero di Benjamin Disraeli «Quando ho voglia di leggere un libro, me ne scrivo uno», mi sono anche ritrovato a essere lo scrittore della domenica (e forse lo sono ancora, chissà). Convinto che un mio libro avrebbe spaccato il mondo e raccolto denaro e onorificenze. Carmina non dant panem, dicevano i romani ma a me, in quei momenti di euforia la cosa sembrava impossibile. E senza neanche dar retta, a Ennio Flaiano convinto che «i capolavori, oggi, hanno i minuti contati», ho scritto quattro libri (che considero solo come medaglie), l’ultimo dei quali, però,  La Verità, con Annamaria Franzoni sul delitto di Cogne, è giunto alla quarta edizione vendendo quasi 100 mila copie.

Nel 1995 sono stato inviato per il settimanale Oggi, nel 1998 ho ricevuto il Premiolino, il più antico riconoscimento giornalistico italiano e nel 2001 il Premio Scanno. Ho scritto su Oggi fino al gennaio del 2004, quando sono stato assunto dalla Hachette-Rusconi come inviato del settimanale Gente dove mi trovo tutt’ora .