| Di Gennaro De Stefano, pubblicato su Visto 1995 N° 12 |
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Ha iniziato la sua strage a Macerata Campania, un sobborgo di Santa Maria Capua Vetere, dove ha fatto fuori sua cugina Luisa Piccerillo, 35 anni e il marito Mattia Trotta, 40. Poi ha sparato all’anziana zia, Antonia Cavasso, 73 anni, e al suo convivente Giovanni Merola, 71, che di fronte a tanto orrore si è accasciato a terra ed è morto di infarto. Si sono salvati per miracolo il padre dell’omicida, Giovanni (a cui il figlio ha mirato senza colpirlo), ed i quattro figli di Mattia e Luisa: Rossella, 15 anni, Antonella, 13, Patrizia, 12, e da ultima la piccola Giovanna, di soli 4 anni, che, terrorizzata, ha assistito all’uccisione dei suoi genitori e s’è salvata scappando da una vicina.
In una seconda fase, all’interno della Conservatoria del Registro di Santa Maria Capua Vetere, ha brutalmente ammazzato Anna Lombardi, 64 anni, Giuseppe Macchiarelli, 36, detto Geppino, e Gianni Fusco, 36 anni.
«Erano circa le 8,30», racconta ancora Anna Viglione trattenendo a stento una smorfia di dolore per il colpo che le ha trapassato un braccio, «quando all’improvviso abbiamo sentito dei colpi di pistola giù nell’ingresso. Evidentemente Cavasso, che conoscevamo bene perché veniva in continuazione a chiedere informazioni sulla situazione di un immobile di Macerata Campania, entrando negli uffici ha incontrato Geppino, e lui deve avergli detto che non poteva passare, che quella parte dell’ufficio non era aperta al pubblico. A quel punto lui ha sparato. Quando me lo sono trovato davanti, come ho detto, i secondi che passavano mi sono sembrati minuti lunghissimi, che non finivano mai. Fino a quando non s’è riaperta la porta alle mie spalle e sono entrate altre persone. A quel punto credo che Cavasso si sia spaventato ed ha ripreso a sparare all’impazzata, colpendo sia Anna Lombardi che Gianni Fusco che s’era inginocchiato a soccorrere Geppino. Io mi sono gettata dietro una scrivania, il braccio mi faceva un male tremendo e in più ero angosciata dai lamenti del mio collega Salvatore Grimaldi, ferito anche lui, che chiedeva aiuto e chiamava “mamma” in mezzo ad una confusione allucinante. Ho provato a scavalcare la scrivania per avvicinarmi sia a Geppino sia a Grimaldi, poi il dolore e le grida hanno sopraffatto tutto e io non ho capito più niente».
Il racconto di Anna illumina la scena di una tragedia iniziata e finita nell’arco di mezz’ora e il cui movente appare, ora dopo ora, immotivato, incredibile, una follia senza senso.
«Veniva in ufficio da qualche tempo a cercare le mappe catastali di una casa di Macerata Campania», ricorda ancora Anna Viglione «ma la cosa che lo mandava su tutte le furie era che dalle visure risultava mancante una stanza, evidentemente costruita abusivamente e mai accatastata».
In realtà Domenico Cavasso s’era fatto un vero e proprio cruccio per quell’immobile che gli sarebbe toccato in quota ereditaria insieme alla sorella ed al fratello, ma evidentemente solo dopo la morte del padre. Cavasso, invece, negli ultimi tempi aveva iniziato a richiedere al padre di intestargli subito la proprietà, ma la sua richiesta era stata sempre respinta. E allora, ecco la decisione di sterminare tutti quelli che, secondo lui, gli ostacolavano il possesso dell’immobile tanto agognato, il cui valore forse non supera i 150 milioni.
Domenico Cavasso è uscito presto dalla sua abitazione di San Tammaro, ha salutato la moglie Anna Russo. Secondo lei, era “normale”. Con la macchina è arrivato nel vicolo stretto che conduce all’abitazione del padre, è entrato in casa, ha sfondato una porta a vetri e si è precipitato nella camera di Luisa Piccerello, che stava rifacendo il letto, e le ha sparato senza pietà. Poi ha cercato Mattia Trotta, sottufficiale dell’aeronautica a Pratica di Mare, che si stava facendo la barba e lo ha fulminato sulla porta del bagno, quindi ha incrociato la zia, Antonia Cavasso, ed ha ucciso anche lei. E poi, l’ultima vittima di questa prima fase della tragedia, Giovanni Merola, che, di fronte a tanta mattanza, s’è accasciato nel cortile.
Ma la furia non si è placata: Domenico Cavasso ha poi continuato la sua strage negli uffici del comune.
Ma chi è, veramente, questo folle omicida? La risposta può lasciare sbalorditi: un ragazzo a posto che ai suoi superiori non aveva mai dato motivo di lamentele: mai un’assenza, mai un rimprovero. Ma la furia omicida covava, s’accumulava dentro di lui, assieme alla depressione e alle frustrazioni. Era in cura con antidepressivi potenti che assumeva regolarmente. Un uomo normale a detta di tutti, anche del medico di fiducia, il dottor Giuseppe Ferriero, che l’ha visitato il giorno prima della strage.
«Era accompagnato dalla moglie», ha dichiarato il neurologo. «Lei mi ha confermato che il marito mostrava alcuni sintomi della depressione, come l’insonnia, ma non c’erano segnali che potessero far paventare quello che è poi accaduto».
Un uomo normale. Tutti dicono così, ma i parenti delle vittime non sono d’accordo e urlano il loro dolore e la loro rabbia, perché quando Domenico Cavasso ha terminato la sua opera distruttrice ed è risalito sulla sua autovettura, ha guidato come un folle verso la caserma dei carabinieri. «Si è costituito cantando a squarciagola», rivelano esterrefatti i militari. È un uomo normale questo?
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