| Di A. Checchi, G. De Stefano, E. Pugnaletto e M. Suttora, pubblicato su Oggi 2003 N° 49 |
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Mentre in Basilicata aumentano le proteste, scopriamo inquietanti verità sui veleni atomici di casa nostra | ![]() |
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LA GRANDE PAURA DI UN ALLARME ATOMICO
In perfetta tenuta prottetiva, un gruppo di addetti durante un’esercitazione per far fronte a eventuali emergenze.
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Prima s’era infuriata la Sardegna, ora è scesa in guerra Scanzano: nessuno vuole i rifiuti tossici sulla propria terra - Ma gli esperti ci spiegano perché sareb- be ancora più pericoloso rinviare il pro- blema dello stoccaggio e lasciare so- stanze radioattive sparse dappertutto come invece sono ora
di A. Checchi, G. De Stefano, E. Pugnaletto e M. Suttora
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“HANNO PROTESTA- TO IN CENTOMILA”
Scanzano Ionico (Matera). Il corteo dei cittadini lucani, che hanno sfilato in 100 mila per protestare contro il decreto governativo sui rifiuti tossici in Basilicata.
Scanzano Ionico (Matera), novembre
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ucleare? No, grazie. Facile a dirsi, molto più complicato a praticarsi. Il no, in realtà, l’avevamo detto sedici anni fa con il referendum che chiudeva tutte le centrali del Paese e impediva, alle im- prese italiane, l’uti- lizzo dell’energia atomica in qualsiasi forma, ovunque, an- che attraverso par- tecipazioni in socie- tà con sedi all’este- ro. I promotori del referendum s’erano però dimenticati un
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Problema risolto, dunque, con grande sollievo di quelle popolazioni che da anni convivono con la spazzatura nucleare. Ma la ribellione di tutta la Basilicata, e di numerosi comuni calabresi e pugliesi confinanti, ha provocato il congelamento del decreto.
«Il solo annuncio», spiega Riccardo Fatttorini, consigliere comunale di Montalbano Ionico, centro appiccicato a Scanzano, «ha prodotto il blocco della vendita dei nostri prodotti agricoli e provocato disdette nei villaggi turistici. Qualcuno a Roma ha pensato al Sud piagnione e assistito e alla mancia di qualche assunzione clientelare. E, invece, il Metapontino è il Sud delle partite Iva che crea posti di lavoro, che ogni anno attira manodopera italiana dalle zone confinanti, crea ricchezza ed esporta, che non chiede finanziamenti».
“CHE NE SARÀ DEI NOSTRI POMODORI?”
Scanzano Ionico (Matera). Un agricoltore lucano mostra i pomodori della sua terra. «È bastato l’annuncio che qui sarebbe sorto il “cimitero” delle scorie nucleari del Paese per vedere i primi danni», protestano i cittadini della Basilicata. «La vendita dei nostri prodotti è immediatamente diminuita e nei villaggi turistici sono già arrivate le prime disdette. Non vogliamo diventare la pattumiera d’Italia».
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Louise Loscalzo, titolare di un’avviata azienda vitivinicola, premiata al Vinitaly di Verona, esplode: «I miei clienti svizzeri hanno bloccato l’or- dine per il 2004. È la conseguenza dell’effetto annuncio», «I rifiuti tossici vanno lasciati dove sono sempre stati», incalzano Pasquale Stiglieri e Pino Mele, battaglieri promotori del comitato antidiscarica di Scanzano. «Mettendo in sicurezza le discariche esistenti». «E senza spostare mi- gliaia di treni e Tir con carichi pericolosissimi, per venire a insozzare questo lembo d’Italia che gli antichi greci scelsero come miglior approdo per allargare i loro confini ed espandersi», conclude Pino Mele, agrono- mo specializzato in agricoltura biologica.
La scelta di Scanzano Ionico, come «luogo ideale» per creare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari, è avvenuta in appena otto mesi (negli Stati Uniti sono 25 anni che studiano un sito analogo per verificar- ne la tenuta, in Russia 15, da noi si parla do 8 anni di verifiche) ed è stata presa dal Consiglio dei ministri dopo che, la scorsa estate, l’intera Sardegna condusse una durissima battaglia (non approdata sulla stam- pa nazionale), per impedire che la scelta ricadesse sulle miniere dis- messe del SulcisIglesiente. Scartata la Sardegna, gli studiosi della So- gin (la società, nata nel 1999 quando l’Enel decise di scorporare il set- tore nucleare, che gestisce tutti gli impianti «atomici») hanno dirottato la loro attenzione su Scanzano. Comune di 6 mila abitanti, giunta di cen- trodestra, con sindaco di Alleanza nazionale, in una piccola regione con pochi votanti, laggiù in fondo alla penisola, vicino al mare. «E soprattut- to», ti fanno notare, «una regione scarsa elettoralmente. Insomma, quell’unità decimale di votanti che non pregiudica un risultato nazionale.
Cambiamo versante: «La Sogin», dice il suo presidente, il generale Carlo Jean, noto stratega militare, «ha condotto studi accurati ed è giunta alla conclusio- ne che a Scanzano vi sono le condizioni ideali per sotterrare i rifiuti, senza pregiudizio per l’ambiente e tantomeno per le popolazioni». Gli fa eco il ministro del- l’Ambiente, Altero Matteoli, di Alleanza nazionale: «È il posto ideale», spiega, sicuramente d’accordo con il suo capo di gabinetto, Paolo Togni, che, guardaca- so, è anche il vicepresidente della Sogin.
Ma la popolazione non ci sta. A complicare ulteriormente il quadro, si inserisce la figura, controversa, dell’attuale sindaco di Scanzano, Mario Altieri, ex democristiano, qualche guaio giudiziario alle spalle proprio legato al problema discariche, da poco passato ad Alleanza nazionale. Oggi il primo cittadino è in pole position nel fronte della protesta. Ma a Scanzano dicono che lui sapesse del decreto, e che avesse assicurato il suo appoggio personale a Berlusconi. «Forse per via dei 50 milioni di euro che la nuova opera potrebbe portare nelle casse comunali», si sussurra. Lui smentisce, molti non gli credono. Insomma, il clima non è dei migliori. E il fatto che il governo abbia deciso di modificare il decreto, assicurando che i rifiuti resteranno lontano dalla Basilicata almeno per i prossimi 5 anni, non basta a calmare gli animi. «Devono ritirarlo, quel decreto», si arrabbiano a Scanzano.
D’altra parte, se si da retta agli interessi locali, ben difficilmente si può risolvere il problema delle scorie radioattive. Che invece è questione serissima. La nostra penisola, proprio per la mancanza di un grosso deposito di rifiuti radioattivi appositamente progettato e realizzato, è attualmente disseminata di «magaz- zini» più o meno improvvisati e quindi potenzialmente pericolosi. Ne sono noti almeno 140, dislocati in quasi tutte le regioni, ma il numero è senz’altro superiore, perché alcune realtà sfuggono tuttora a questo censimento. E in alcune situazioni, diversi centri abitati vivono accanto a una potenziale bomba nucleare.
È il caso, innanzitutto, delle quattro centrali nucleari dismesse, ma non ancora smantellate e liberate dalle loro scorie. Si trovano a Trino Vercellese (Vercel- li), Caorso (Piacenza), Garigliano (Caserta) e Latina. Poi c’è l’impianto di Bosco Marengo (Alessandria) che fabbricava attraverso un complicato processo barre di uranio e plutonio, ossia il combustibile necessario per far funzionare i reattori delle centrali. E ci sono i quattro impianti che «trattavano» queste barre: una a Casaccia (Roma), una a Trisaia (Matera) e due a Saluggia (Vercelli).
Fra i materiali radioattivi a suo tempo prodotti e quelli che si ammasseranno quando tutte queste installazioni verranno definitivamente smantellate, con le scorie del Centro di ricerca di Ispra (Varese), abbiamo circa 55 mila metri cubi di residui a bassa e media radioattività (grossomodo un campo di calcio alto quattro metri) e 8.500 metri cubi ad alta radioattività, paragonabili a un minigrattacielo alto 80 metri e di 10 metri per 10 di lato. A questi, bisogna poi aggiungere le 350 tonnellate (equivalenti ai carico di 7 grossi Tir) del combustibile nucleare usato dalle centrali negli anni in cui hanno funzionato. Tutto questo materiale è attualmente custodito presso i singoli impianti. «In condizioni di sufficiente sicurezza», assicurano alla Sogin, «ma in sedi provvisorie: è sempre esistita la neces- sità di trovare una sistemazione definitiva a questo e ad altro materiale potenzialmente molto pericoloso».
Quando si parla di scorie radioattive, infatti, non ci si riferisce solo alle centrali bocciate e spente dal referendum del 1987 e alle installazioni collegate, inattive anch’esse da 16 anni, ma anche a ben 500 tonnellate (il carico di 10 enormi Tir) di rifiuti radioattivi «prodotti» ogni anno soprattutto da ospedali, industrie e centri di ricerca. Come? «Quasi tutti i grandi ospedali hanno un reparto di medicina nucleare che usa materiali radioattivi per scopi diagnostici o terapeutici», spiega un tecnico del Miguarda di Milano. «Si va dalle sostanze radioattive somministrate per bocca o per vena, necesssarie per le scintigrafie, agli aghi di radio, infilati nel corpo umano e irradiati da “bombe” al cobalto per combattere le cellule tumorali». La maggior parte di questi rifiuti sono ammassati in un grande depo- sito a Casaccia (Roma), giunto ormai alla saturazione. E così molti ospedali hanno dovuto trovare al loro interno un locale, generalmente nei seminterrati, dove custodire questi pericolosi residui.
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LAVORI IN CORSO A CAORSO E MONTALTO
La centrale nucleare di Montalto di Castro (Viterbo) e, a sinistra, quella di Caorso (Piacenza): in entrambe le centrali sono iniziati i lavori di smantellamento, per liberarle dalla scorie prodotte nei lunghi anni di attività.
SONO FERME DAL 1987
La centrale nucleare di Lati- na e, a destra, quella di Trino Vercellese. Bocciate dal referendum del 1987 contro il nucleare, le centrali italia- ne sono inattive da ben 16 anni. Ma ospedali e industrie producono ogni anno tonnellate di scorie tossiche.
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Quanto alle industrie, anch’esse contribuisco- no a questa emergenza «atomica». Tutti i grandi complessi metalmeccanicì, per essempio, possie- dono e usano potenti macchine radiogene per con- trollare certi tipi di saldatura e di metalli. Queste macchine a raggi X, molto più potenti di quelle usa- te dai medici, hanno delle sorgenti di cobalto o di cesio, altamente radioattive, e quindi quando non sono più utilizzabili devono essere trattati come ri- fiuti di alta pericolosità.
Ecco dunque, in mancanza di un piano organi- co nazionale, il proliferare di siti di raccolta «radìoat- tiva» in tutta la penisola. La gestione di questi depo- siti è affidata a varie società pubbliche e private, a consorzi, a singole realtà autorizzate a forme di cu- stodia provvisoria, e su di essi vigila l’Apat, l’Agen- zia per la protezione ambientale, affinchè lo stoc- caggio sia mantenuto nelle forme dovute.
I rifiuti a bassa radioattivita (per esempio, gli indumenti a perdere usati nelle cosiddette «camere bianche» dell’industria microelettronica, o quelli in- dossati da chi viene in contatto con i fosfati, minera- li altamente radioattivi devono essere pressati, sigil- lati in fusti d’acciaio e restare in un magazzino per dieci anni, il tempo necessario per la scomparsa della radioattività. A questo punto possono essere smaltiti come i normali rifiuti.
Quelli a media attività, radioattivi per 300 anni (per esempio gli attrezzi usati e quindi contaminati all’interno di impianti nucleari, o gli aghi di radio «bombardati» dal cobalto per combattere i tumori) vengono anch’essi pressati, ma prima di essere sigillati in contenitori d’acciaio sono immersi in una colata di cemento. Gli ambienti che accolgono poi i fusti devono essere schermati.
Per i rifiuti, infine, ad alta pericolosità (come i macchinari radiogeni usati in medicina o nell’indu- stria), che restano tali per qualche decina di migli- aia di anni, vale lo stesso trattamento di quelli a media attività, solo che la colata in cui sono immer- si può essere di vetro, materia praticamente eterna, al contrario del cemento che dura qualche secolo. Il deposito, poi, deve essere altamente schermato e protetto, e i residui più pericolosi, come il combustibile usato nei reattori nucleari, sono sigillati in contenitori d’acciaio spesso 25 centimetri.
Ma allora, se tutte queste direttive sono osservate e l’Apat e l’Agenzia atomica internazionale le controllano, perché non possiamo continuare a vivere sufficientemente tranquilli nella situazione attuale? «Perché tutti questi depositi sono nati e sono stati autorizzati come depositi temporanei, progettati cioè a resistere per un certo numero di anni che in alcuni casi sono già scaduti. E sono sorti casualmente accanto agli impianti da “servire” e non già in base a uno studio specifico», spiegano alla Sogin. «Esistono situazioni in cui le condizioni di sicurezza sono alquanto precarie». Un esempio? A Saluggia, in provincia di Vercelli, nei sotterranei dell’ex Eurex, ex centro di ricerca dell’Enea e a soli tre chilometri dalla Dora Baltea, principale affluente del Po, sono immagazzinati da più di trent’anni 250 metri cubi di liquido radioattivo, trenta dei quali ad altissima attività. È la situazione più pericolosa in assoluto perché, per i residui ad alta attività, non solo è proibito che siano nelle vicinanze di corsi d’acqua, ma è assolutamente vietato che possano essere stoccati allo stato liquido, perché possono entrare nel circolo ambientale. Le ingiunzioni dell’Apat di solidificare questo liquido, fatte già ai tempi dell’Enea guidata dal premio Nobel Carlo Rubbia, sono sempre state disattese per i più svariati motivi. E così, quando tre anni fa la zona fu oggetto di un’alluvione e il deposito allagato, lo stesso professor Rubbia parlò di una mancata «catastrofe planetaria», immaginando che cosa sarebbe accaduto se i fusti non avessero retto e avessero liberato nell’acqua il loro micidiale contenuto. L’ultima ingiunzione dice che questo liquido va solidificato entro il 2005 e siccome, nel frattempo, la gestione del deposito è stata affidata alla Sogin, la società ha subito presentato un progetto per risolvere il problema. «Problema che si è fatto urgentissimo», spiegano i tecnici, «perché quel liquido è racchiuso in tre serbatoi d’acciaio progettati per una vita utile di 30 anni. E i trent’anni sono scaduti».
Ma molti altri depositi, proprio perché pensati e autorizzati come temporanei, sono oggi diventati quanto mai pericolosi, soprattutto di fronte alla minaccia del terrorismo e all’eventualità che questi materiali possano cadere in mani sciagurate. Senza contare che esistono situazioni addirittura paradossali. Come quel condominio nel centro di un comune del Molise, che non ci viene nominato per ovvie ragioni di opportunità, le cui cantine sono diventate un glosso deposito di rifiuti radioattivi.
Dunque, siamo in piena emergenza. Che fare? In tutto il mondo, da anni, si studia come e dove stoccare le montagne di sostanze radioattive che produciamo. Un problema diventato urgente dopo l’11 settembre americano e gli attacchi terroristici. Dove metterle, le nostre scorie nucleari? «Le soluzioni teoriche sono di due tipi», dice Luciano Landi, ingegnere nucleare. «I depositi di superficie, che possono contenere solo scorie di bassa e media attività, e quelli geologici, cioè di profondità, per i rifiuti ad alto tasso di radioattività. Si tratta di fare la scelta che sia la meno peggio, tenendo presente che nessuno è mai contento di ospitare sostanze tossiche. E mettendo in conto che, comunque si scelga, fioccheranno proteste».
E infatti. La Basilicata è in guerra, ma dalla Sogin confermano che Scanzano Ionico resta l’ipotesi migliore. «Lì c’è un giacimento di salgemma che, dal punto di vista geologico, rappresenta la soluzione perfetta», spiega Ugo Spezia, ingegnere nucleare della società. «È un sito profondo 900 metri, protetto da uno strato di salgemma, a sua volta contenuto in una formazione di argilla. Due diverse barriere che garantiscono l’isolamento assoluto del materiale radioattivo che ci si mette dentro. È una formazione salina che sta lì da 5 milioni di anni e non ha mai subito infiltrazioni d’acqua. Inoltre lì ci sono i tre requisiti fondamentali per un sito geologico: non è zona vulcanica, non ci sono movimenti della crosta terrestre e, in un Paese facile ai terremoti, il tasso di sismicità è fra i più bassi. E anche nell’eventualità, improbabile, di un sisma, la bassa intensità delle scosse ipotizzabìli in quell’area escluderebbe qualunque danno. È un sito perfetto, a rischio zero».
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UN TRENO CARICO DI PLUTONIO
Sellafield (Gran Bretagna). Un contenitore carico di sostanze radioattive è arrivato alla famosa centrale nucleare inglese, dopo essere partito da Takahama, in Giappone. A Sellafield vengono anche stoccate le scorie nucleari della Svizzera, che però sta progettando un suo sito nazionale per la raccolta dei rifiuti tossici. Progetti analoghi sono in corso in Francia e in Germania.
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Solo che in Basilicata non ne vogliono sapere. Temono di vedersi buttare addosso tonnellate di rifiuti che, in attesa del «sito perfetto», finiscano parcheggiate nei dintorni. «Non è così», avverte l’ingegnere. «Se e quando il progetto avrà il via libera, sono previsti altri studi e rilievi geologici per circa un anno. Poi partiranno gli scavi: il pozzo per l’accesso, il sistema di gallerie in profondità. Si prevede che il sito sia pronto entro il 2008. Fino ad allora le scorie nucleari resteranno dove sono o verranno stoccate altrove».
C’è chi non è d’accordo proprio sulla scelta di fare un sito geologi- co. «Sarebbe più logico costruire un sito di superficie», dice Piero Riso- luti, ex responsabile della task force Enea per i siti nucleari e autore di I rifiuti nucleari, sfida tecnologica o politica?. «In Italia abbiamo 50-60 mila rifiuti a bassa e media attività e solo qualche migliaio di metri cubi di scorie ad alta attività. Allora mi chiedo: perché puntare su un cimitero nucleare di profondità? Questo serve ai Paesi che producono ogni anno tonnellate di radioattività pesante. Per noi sarebbe più logico sistemare i rifiuti a bassa e media radioattività in un sito di superficie, più semplice da costruire e dieci volte meno costoso. E immagazzinare i pochi quan- titativi di materiale ad alta attività in impianti temporanei ma sicuri, in attesa che venga realizzato il previsto sito regionale europeo, dove collocarli definitivamente».
Nel dibattito ha voluto entrare anche il ministro dei rapporti col Parlamento Carlo Giovanardi che, da Erice, nel corso di un seminario sulle emergenze plane- tarie, ha lanciato una proposta provocatoria: costruire «un sito per ogni regione italiana, senza sconti né favoritismi». Che ognuno si tenga le sue maledette sco- rie, insomma. Venti regioni, venti discariche. «Così, costi e proteste sarebbero moltiplicati per venti», obiettano alla Sogin. «E comunque i siti di superficie non sono a impatto ambientale zero, quelli geologici sì».
Intanto, per quanto riguarda i veleni ad alta attività, il commissario Ue per l’energia e i trasporti Loyola de Palacio ha sollecitato la nascita di un deposito regionale europeo, dove più Paesi possano stoccare le loro scorie. Il progetto è in fase di studio, ma ci vorranno anni solo per decidere dove collocarlo, questo deposito. Certo non in Italia, Paese che in Europa vanta il minor quantitativo di materiale fortemente radioattivo. Ma certo che non ci sarà un grande pigia pigia per accaparrarsi l’onore di ospitare questo cimitero del nucleare europeo.
Nel frattempo, ogni Paese ha il problema di dove piazzare, le sue bombe al veleno. E in Basilicata le proteste continuano. Anche perché c’è un’altra quest- ione. «Trasportare nel Metaponto 80 mila metri cubi di scorie radioattive sparse in tutta Italia significa far muovere chilometri di vagoni», calcolano a Legambiente. «A Scanzano arrivano una strada statale e una linea ferroviaria a binario unico. C’è da ipotizzare la paralisi totale, oltre al pericolo di trasportare veleni per lunghi tragitti».
Storie complesse, come si vede. Ma non siamo i soli a doverle affrontare. Nella vicina Svizzera (5 centrali nucleari in attività, tutte nella parte tedesca), qualche anno fa la società Nagra, incaricata di studiare il problema delle scorie tossiche, propose il Canton Obwaldo, nelle montagne della Svizzera tedesca, come sede ideale di un sito geologico nazionale. Il cantone si oppose e la storia si bloccò. Poi la Confederazione promulgò una legge che vietava ai cantoni di opporsi alle decisioni della Nagra. E ora il sito è in corso di realizzazione. Invece la Francia, con le sue 59 centrali atomiche tuttora in funzione, si è data da anni una politica specifica. Ogni centrale è dotata di un suo deposito dove stoccare le scorie. Per i rifiuti a bassa e media attività sono stati fatti tre grandi depositi nazionali. L’ultimo, nell’Aube, vicino a Troyes, può contenere fino a un milione di metri cubi di scorie. Sono siti sicuri, capienti, ma provvissori. E ora anche in Francia è allo studio un sito geologico per lo smaltimento delle sostanze più radioattive.
E l’America, con le sue tonnellate di rifiuti nucleari? Dal ’99 è entrato in funzione a Carlsbad, nel deserto del New Mexico, il primo grande sito geologico, il «Wipp» (Waste Isolation Pilot Plant), che ospita materiale di origine militare. Poi nel 2001 Bush ha deciso di seppellire le 70 mila tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta intensità accumulate dagli Usa dentro le viscere dello Yucca Mountain, nel deserto del Nevada. E a Las Vegas, città attraverso cui dovrebbero passare gli infiniti convogli diretti al cimitero delle scorie, è scoppiata la rivolta. Nel frattempo gli americani spendono 6-7 miliardi di dollari all’anno per la «gestione provviso- ria» dei rifiuti nucleari.
Situazioni diverse, come si vede. Ma anche reazioni diverse. A Carlsbad, nel New Mexico, la nascita del «Wipp» ha fatto rifiorire l’economia cittadina, dando lavoro (a tempo pieno) a migliaia di impiegati e operai. In Germania, a Gorleben, dove da anni è in costruzione un deposito nazionale e le scorie sono parcheggia- te in vagoni nella zona, il prezzo degli immobili è crollato, gli agricoltori faticano a vendere i loro prodotti e la gente non dorme la notte.
Ha paura. La stessa paura che ha spinto il popolo della Basilicata a scendere nelle strade e a bloccare treni e automobili. Perché quello delle scorie è un problema tecnico, ma anche psicologico. Rischio zero e sicurezza garantita sono parole importanti ma anche virtuali. Dietro, può nascondersi l’errore, la distra- zione non prevista. E la radioattività è qualcosa che spaventa a prescindere, è un pericolo invisibile. Ma il pericolo vero, dicono gli esperti, è lasciare le cose come stanno, con veleni sparsi in siti più o meno sicuri nell’intera penisola. Occorre per forza scegliere, e poi accettare, la soluzione più razionale. Evitando le ingiustizie, ma anche le rivolte permanenti.
Scorie nucleari mostra lista articoli
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