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arafrasando un notissimo detto, si potrebbe anche azzardare che «Ogni televisione è bella a mamma sua». E le “mamme” d’Abruzzo, i nostrani Berlusconi in sedicesimo, sono più che mai convinte che le proprie “crea- ture” - figlie predilette di una covata quanto mai abbondante di emittenti private - posseggano quel quid nec- essario a distinguersi dalle altre. Tutte hanno in comune notiziari ad abundantiam (le edizioni dei telegiornali arrivano sino a quattro, in alcuni casi), tanto sport, spizzichi di film, immancabili telenovelas e redazionali. Ma se gli ingredienti sono pressoché uguali, è l’estro dei barman (nel caso specifico editori e direttori) a dare sapore a quel cocktail tutto particolare che sono i palinsesti delle cinque grandi emittenti regionali: Atv7, Tar, Telemare, Tvq e Rete8. Le cinque sorelline che abbiamo elencato (il criterio di scelta non è nostro ma fa riferimento a parametri acquisiti come l’audience, l’anzianità, il fatturato) sono con molta probabilità quelle che, ad agosto, avranno l’onore di tenere compagnia alle tre reti Rai e ai dodici networks nel banchetto di spartizione delle frequenze che deriverà dal- l’applicazione integrale della Legge Mammì. Ma se una di esse verrà sacrificata per far posto a qualche neonata con nobili padrinaggi politici? L’interrogativo, come dice Lubrano, sorge spontaneo, ma a questa eventualità ciascuna delle cinque fa spallucce come a dire che la cosa non la riguarda, che ognuna di esse ha le carte in regola per resta- re. Certo che con scarsi dieci miliardi complessivi di fatturato, centocinquanta tra dipendenti e collaboratori, la poten- za di queste tv non è trascendentale, ma nessuno dei protagonisti, men che meno i proprietari, ne ipotizza la chiusura.
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Sopra: Orlando Monti, industriale tessile e azionista di mag- gioranza di TVQ. Sotto: Il professor Mario Spallone, già me- dico personale di Togliaiti, proprietario di ATV 7.
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GLI EDITORI
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ochissimi sanno chi sono i piccoli Berlusconi abruzzesi, i novelli Ted Turner, coloro che anche a costo di notevoli esborsi finanziari hanno deciso di metter su o di rileva- re emittenti decotte per creare piccoli fiori all’occhiello capaci di coprire per intero il bacino abruzzese, di fare informazione e, in una certa misura, anche cultura. Chi sono dunque e soprattutto chi glielo fa fare, ci guadagnano o ci rimettono, sono strumenti del Palazzo o fieri paladini della loro autonomia? Utilizzano o no, attraverso il monoscopio, la tecnica del persuasore occulto e del messaggio subliminale per costringerci la sera a ringraziare Iddio di essere nati nella terra di Remo e non in quella di Romolo?
Curiosi? E allora seguiteci e scoprirete finalmente chi è che paga ’Nduccio e chi si tiene stretto Enrico Rocchi, chi si avvale di Simona Giordano e chi di Filippo Fabrizi, ed infine chi è che accetta di trasmettere ’Ubalda tutta nuda e tutta calda’ con sei spot di quello che va a! mobilificio e salta il burrone. E ogni volta speri che ci caschi dentro così la smette...
IL GENTILUOMO
L’
aplomb del gentlemen inglese, la giacca in morbido cashmerino di Zanobetti (beh... non proprio di Zanobetti, diciamo di Teseo), uno splendido sorriso, l’aria intelligente ed il buon gusto sono le caratteristiche di Orlando Monti, notissimo per il cog- nome ma in pratica quasi sconosciuto come azionista di maggioranza di Tvq, assieme ad altri tra cui Elia Iezzi e Tommaso Sferrella che ne è il Presidente. Figlio di Vincenzo Monti, industriale storico della regione (con 3660 dipendenti nel 1969 la Monti Confezioni raggiunse un record mai più uguagliato in Abruzzo), il cinquantanovenne Orlando è riu- scito a lanciare, oramai a livello nazionale, la catena di negozi che porta il suo nome e la azienda tessile, la Teseo appunto, chiudendo anche nel ricordo lo sfortunato periodo in cui la ditta del padre subì una crisi che la portò al tracollo. Vicepresidente della Banca Popolare Abruzzese e Marchigiana, consigliere di Abruzzo Capital, Orlando Monti ha in sé riservatezza e tratto schivo che rendono la nostra intervista una esclusiva quasi assoluta.
«Dopo anni in cui tutte le sante mattine il nostro nome era sui giornali, per la nota vertenza Monti, lei capirà che il rigetto è stato inevitabile» dice poggiando gli occhiali cerchiati in metallo e carezzando con lo sguardo uno di quei manichini mignon da sar- toria che troneggia sulla sua scrivania. Brutto periodo quello, gli chiediamo con circospe- zione per non riaprire una ferita che deve essere stata di difficile rimarginazione. «Sì, un brutto periodo...» mormora e si capisce che della vicenda Monti ha poca voglia di parla- re, mentre ha una gran desiderio di rivendicare tutto il lavoro fatto perché il suo cogno- me diventasse sinonimo di qualità e buona fattura e non di abiti da primo prezzo. La ca- tena Orlando Monti, per l’appunto. Come sì fa allora a svegliarsi la mattina e a decidere di intraprendere anche la carriera di editore? Lui attribuisce al caso la decisione, quasi un’adesione benevola alle richieste di amici e che però alla fine si è trasformata in con- vinta partecipazione ad un’attività economica che dovrà rendere.
IL PROFESSORE
L
a sicurezza di chi dalla vita non ha più nulla da pretendere, il fisico asciutto di un cin- quantenne ben tenuto, Mario Spallone, 73 anni, parla della sua televisione con l’af- fetto che si dà alle creature che devono ancora crescere. «Voglio una emittente che contribuisca allo sviluppo culturale e, se possibile, educhi» dice convinto tra una nuotata e l’altra nella piscina riscaldata della sua mega tenuta di Palestrina, rilassando le mem- bra dalle fatiche sostenute con le polemiche degli ultimi tempi. Glissa alla grande sugli argomenti scottanti e si concentra con l’enfasi che gli è propria sulla televisione che, assieme al fratello Dario, è di sua proprietà. Forse il sogno di un’emittente “educativa” si scontra con la realtà culturale della Regione, ma il nostro sembra non avvedersene convìnto com’è della giustezza della sua linea. E d’altronde come dar torto ad un personaggio che ha mandato in onda su ATV7 il telegiornale sovietico per consentire all’Ambasciatore dell’URSS, ospite a pranzo a casa sua, di seguire notizie fresche da casa?
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Luigi Pierangeli: cresciuto nella notissima famìglia di chirurghi e primarii ha creduto nel futuro della televisione commerciale e ora la sua Telemare va a gonfie vele.
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IL BUONO
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uigi Pierangeli, ha 31 anni, una faccia da ragazzo perbene, garbo nei modi e ferma cortesia nel re- spingere domande che minimamente scalfiscano la sua privacy. E lui il notissimo proprietario della clinica omonima di Pescara, restìo ad apparire e farsi inter- vistare, si sforza di rimanere chiuso nella riservatezza più sacra. Ma poi confortato dalla presenza della sua splendida collaboratrice, genovese ma non avara di parole, Nadia Conte, anche Pierangeli si apre e rac- conta dell’antica tradizione familiare, del palazzetto liberty che ospita la parte vecchia della casa di cura e che lui farà restaurare e riporterà all’antico splendore. Si vabbé ma la tv? Telemare è la sua creatura, con un fatturato attorno al miliardo e quattrocento milioni e trenta dipendenti che gli danno del tu; ma certamente, il fiore all’occhiello è quell’Enrico Rocchi, descritto come un fenomeno del giornalismo, capace di fare au- dience vera, reale, non numeri dati come tali. Il palin- sesto di Telemare appare ben equilibrato tra le lacri- me di ’Povera Clara’, la sanguignità di ’Amore gita- no’ e l’aggressività sportiva di ’Replay’ che è appunto la rubrica di Rocchi. Si mormora in giro, ma i dati pa- iono segreti e posseduti solo dalla concorrenza, che quando Rocchi va in onda, l’ascolto sale su quote enormi (per una tv privata abruzzese, ovviamente).
Telemare ha trascorsi sportivi abbastanza significativi, basta ricordare Brasileo, la trasmissione che tenne banco, quando il Pescara era in A, guidata da Leo Junior e dalla ex «coccodé» Patrizia Focardi.
L’EDONISTA REAGANIANO
«Q
uello della dizione e del rispctto del pubblico è uno dei pallini fissi di Rete 8» dice Pina Giordano, 42 anni portati come se fossero dieci di meno e moglie di Franco Mammarella. 44 anni, titolare dell’omonima holding finanziario-edile che gestisce Rete 8. Nata nel 1988 («il nome l’ho scelto in base ai numeri del telecomando», racconta Mammarella) questa TV ha conquistato in breve un buon seguito soprattutto nelle trasmissioni sportive. Cantante mancato con il nome di Jordan, nel 1971 si presentò a Sanremo in coppia con I Gens, con l’aggressivo brano ’Lo Schiaffo’, quindi nel 1972 vinse il Cantagiro Giovani con «Chérie-Chérie» di tal Riccardo Cocciante e nel 1973 passò dai complessi musicali a quelli edilizi. Con le dovute proporzioni, pare proprio di assistere alla carriera di Bcrlusconi. Il personaggio c’è sicura- mente tutto: vestito in ottimo tasmanìa scuro, una piccola cimice all’occhiello con il logo della sua emittente, pettinalo all’indietro con gel, un ufficio di lutto rispetto nel centro storico di Cheti ottimamente arredato, dai toni sobri e riposanti, Mammarella sembra un esponente del ram- pantismo anni ’80, con l’aggiunta di alcune capacità che lo fanno definire dal suo direttore di rete, Guido Fusilli, «una specie di Cardinal Maz- zarino». Il suo rapporto con il potere politico? Gli chiediamo dopo i convenevoli nei quali ha più volte tentato di farsela da solo l’intervista. «Ricevo richieste dai politici, ma mai pressioni» dice sicuro di sé. «Rete 8 comunque non ha etichette e lascia spazio a tutti». Sarà poi vero? Incalziamo Pina Giordano, la ferrea proprietaria che, charmante. ci fissa con i suoi occhioni, a scrutare dove vogliamo andare a parare. «Una cosa è certa» sostiene decisa «nessuno può alzare il telefono ed impormi qualcosa». Poi, forse pentita per un’affermazione di cotanta autono- mia, cerca di ammorbidire, ma con il caratterino che, dicono, si ritrova, deve essere vero; lo pensiamo anche noi, e la sollecitiamo ad una dichiarazione ancora più audace, ma invano.
IL CATTIVO
«I
l problema dell’asservimento al Palazzo non è in questi termini», dice invece il
direttore di Tvq Elia Iezzi con il tono sicuro di chi non si risentirebbe nel leggersi definito «mostro sacro» dell’emittenza regionale, e socio di Tvq «stia pur certo che sono moltissimi quelli che vanno ad ingissarsi, per dirla con Peppino Rosato, senza bisogno di attendere una telefonata di convocazione, ma le richieste, le pressioni, riguardano prevalentemente tanti valvassori e valvassini della corte del grande uomo politico abruzzese e non lui in persona. E stia certo che questa pletora dà fastidio».
IL SELF MADE MAN
C
hi invece pare non avere problemi di autonomia e Antonio Edmondo, 44 anni, proprietario (o padre-padrone?) di Tar. «Io conosco tutti i politici, dai ministri ai deputati e mi ci do tranquillamente del tu: qualcuno chiede favori, ma se uno vuole andare dietro alle loro promesse o aderire alle richieste che fanno, fallisce dopo due anni».
La storia di Edmondo sembra tratta dal manuale del self-made-man che, partito nel 1963 per la Germania («senza neppure la valigia di cartone»), nel 1965 era in Australia dove impiantò la sua impresa di costruzioni, con il sogno, poi realizzato, di tornare a Pescara e andare a comprare le sigarette in Bentley. Cosa che dal 1975 ha preso puntualmente a fare, «Ma no... giro con quella macchina perché sono sempre stato abituato e poi ci sto comodo dentro!» dice agitando il dito dove risalta un anellone da 5 mila carati contornato da una tempesta di pietruz- ze bianche che solo l’invidia ci può far ritenere zirconi. Antonio Edmondo in ogni caso si sente sempre se stesso, con la potenza economica e la consapevolezza di essere un uomo arrivato. Nel suo smisurato ufficio, infatti, per raggiungere dalla porta la sedia nella quale ci fa accomo- dare bisogna prendere la circolare destra. La poltrona presidenziale ha uno schienale di metri quadrati assai, la scrivanìa è un’incredibile su- perficie di marmo scuro e alle pareti un affresco stile realismo-socialista con muratori cazzuole e gru, fa sentire l’ospite piccolo piccolo. Affat- to restio a parlare di sé, convinto che spesso è l’invidia a far tranciare giudizi spocchiosi o negativi, Edmondo parla di Tar, cui lascia ampia autonomia, pur intervenendo ogni qual volta (quante?) giudica opportuno.
«No, la nostra indipendenza e totale», dichiara Renzo Labarile, quaranttacinquenne direttore della televisione, pioniere con Teleadriatica dell’emittenza privata abruzzese, un passato-presente di funzionario della Dc «perché è il nostro editore ad essere autonomo». E snocciola i dati sulla capacità redazionale della sua emittente che con un fatturato di 1,2/1,3 miliardi, investimenti progettati per sei, 35 tra collaboratori e dipendenti, aspira ad un ruolo primario. I volti più noti? Gianni e Fabio Lussoso, Vittorio Molinari, Simona Giordano, Ezio Cerasi, Silvia Simon- celli. Le rubriche? Tutte o quasi giornalistiche e sportive, come ’Il Settimanale’, una sorta di commento a sette giorni di informazione. ’I Pro- tagonisti’, dieci domande dal privato al pubblico, oltre a quattro notiziari giornalieri. Gli aneddoti? Renzo Labarile non si fa pregare e racconta delle sue esperienze televisive con i politici, soprattutto sull’argomento sesso. «Diventano delle creature - afferma divertito - quando alla do- manda banale se amano le donne, tutti indistintamente dichiarano di essere ottimi tomheurs de femmes, ma sotto sotto gli si legge l’angoscia che deriva dall’incertezza di non sapere se si è accettati dalle donne come uomini o perché uomini potenti».
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Franco Mammarella come Silvio Berlusconi: ex cantante, costruttore e proprietario di televisione (Rete 8).
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Per Antonio Edmondo un piccolo impero nel settore dell’edilìzia e un feudo nell’ informazione con TAR.
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LO SCOOP
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l Pilota piange e si lamenta. Non è alla guida di un Mig o di un F15, ma piange; e lamenta che con sei miliardi non ci si compra neppure uno Scud. Pasquale Pacilio, anchorman di Telemare quarantenne direttore di questa emittente, lo rimprovera in diretta telefonica. E questo un altro degli scoop del giornalista di origine napoletana (un passalo al Roma e a Big). Alla guida dì una redazione «rosa» (Mariella Cerri, Daniela Senepa, Marta Cannarsa, Mila Cantagallo, Laura Trulli e ben solo ma beato Franco Maria Di Paolo, mentre nella scuderìa sportiva sportiva figurano Enrico e Rifredo Rocchi, Mimmo Felìcioni e Carmine Perantuono}, Pacilio dirige con acume e inventiva tutta partenopea un team dì sicura presa, come quello che Telemare mette in campo ogni giorno. Ma di soli scoop vive questa emittente? «Lo scoop è il sogno di ogni cro- nista, ma poi si vive con il quotidiano, anche se, ad esempio una giornata con il Ministrissimo (testuale n.d.a.) a microfoni aperti è più di uno scoop: è la testimonianza di un fatto di costume».
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Fina Giordano, moglie di Franco Mammarella: una donna di pulso con tantissimo charme alla direzione di Rete 8.
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Quido Fusilli, coordinatole della pro- grammazione di Rete 8.
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Elia Iezzi, veterano dell’ emittenza regio- nale, nonché azionista e direttore di TVQ.
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NOBLESSE OBLIGE
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l pedigree di Elio Lamparelli,cinquantatreenne direttore responsabi- le dì Rete 8, è un papirone lunghissimo con titoli ed ascendenze nobiliari che vanno dall’esperienza ne Il Messaggero, sino alla fonda- zione di Telemare. Suo vanto resta ad ogni modo la grande diffusione di un giornalino scolastico, “La Palestra”, ideato negli anni della fre- quentazione del Tìto Acerbo di Pcscara. Non si sente affatto un an- chorman («è una dilatazione del concetto che non è applicabile alle televisioni della nostra regione» puntualizza), ma un coordinatore del lavoro di una redazione (Silvana Ferrante, Rosalba Pomante, Rosan- na Raimondi, Paolo Castignani, Giancarlo Zappacosta, Angela Tren- tini), che lui definisce qualificata e professionale. Sul concetto di indi- pendenza ed autonomia, Lamparelli ha molto da dire, quando sottoli- nea che il problema non è l’ingerenza del Palazzo all’interno delle re- dazioni, ma l’inveterata abitudine dei politici abruzzesi a far uso della velina. Nel suo lavoro Lamparelli alterna il coordinamento del lavoro altrui alle apparizioni come conduttore di “Pentagono”, un settimanale di politica ed attualità nel quale si sono verificati anche episodi umori- stici, come quello che vide lo scontro tra il verde Damiani e il segreta- rio regionale della DC Canosa. «Caro amico...» esordì mellìfluo e in diretta Canosa. «Non sono tuo amico» replicò duro Damiani «perché tu sei il responsabile della cementificazione dei fiumi abruzzesi e quin- di mio nemico». Canosa incassò e portò a casa.
Lamparelli chiude la conversazione ricordando di essere uno de- gli undici italiani che nel ’77 ha contribuita all’abbattimento del mono- polio Rai, firmando il ricorso alla Corte Costituzionale che, accolto, diede poi via libera ali’ esistenza giurìdica delle tv private.
IL DUROSAURO
C’
è il caso di chi vede invece la tv come un’azienda. È il caso di Pino Venditti, 37 anni, un passato di dirigente del Cbf (Con- sorzio bieticoltori del Fucino) chiamato dal professor Mario Spallone a raddrizzare una barca, quella di Atv7, che faceva acqua da tutte le parti. Venditti è uno di quei marsicani duri e tozzi, capace di piantare un chiodo con la fronte senza scalfirsi minimamente e al contempo nei secoli fedele. L’incarico avuto dal proprietario è tutl’altro che facile e bisogna dire che Atv7, nata con la speranza di diventare una televisione alternativa, capace di fare informazione e cultura anche di rottura, s’è poi trovata ad inseguire le altre tivù sul terreno più facile della soporifera e tranquillizzante mercanzia latino-americana che ha inondato la cultura negli anni ottanta.
«Coniugare rilancio della Tv con una seria politica di riduzione delle spese non è facile» dice Venditti aggiustandosi il nodo di una cravatta scelta evidentemente senza accendere la luce, «ma è quello che dobbiamo fare se vogliamo restare nel mercato». Per il momento questa televisione, dopo anni di tentativi regional-popolari, si affida ai prodotti d’uso comune (soap opera e novelas, redazionali e notiziari) in attesa di arrivare, come dice Venditti «a produrre il quaranta per cento dei programmi».
I NUMERI
S
celta difficile: o accettare le cifre di ascolto dichiarate singolar- mente da ogni emittente e scoprire che, secondo quei dati, gli abruzzesi non vedrebbero né le sei berlusconiane né la Rai oppure accettare i valori delle agenzie di rilevamento non comparate o dell’auditel, ma anche qui non tutte ci sono dentro. Come si può accettare di dichiarare l’ascolto Auditel di una e non dell’altra che ha invece, poniamo, Tubank? Abbiamo allora deciso di sorvolare, sapendo che comunque le tv, le cinque tv private abruzzesi di cui stiamo parlando, vengono viste. Da quanti? Beh... questo chiedetelo a loro. Sull’argomento, ancora Antonio Edmondo ha qualcosa da dire rilevando che «se chiedi a qualsiasi editore qual è la migliore tv privata e quella con il maggiore ascolto, li risponderà che è la propria e parlerà male delle altre. Io penso allora che con l’entrata in vigore della legge sarà indispensabile rivedere tutto il sistema degli indici di ascolto, unificarli per poter presentarsi al mercato pubblicitario non con le chiacchiere, ma con numeri veri»
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LA QUALITÀ
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l lettore si chiederà se gli obiettivi prefissati dagli editori, al momento della creazione delle loro emit- tenti, siano stati o meno conseguiti. Inutile parlare con ciascuno di essi di qualità; questo vocabolo ri- chiama subito alla mente sinonimi impropri come cul- turale, aristocratico, élite, anche se la maggior parte si sforza di dichiarare le proprie buone intenzioni come fa Pino Venditti che afferma di sacrificare, ad esempio, una buona fetta di audience sull’altare delle trasmissioni di medicina, anche se questo sacrificio ultimamente si è attestato su valori accettabili. Segno che, alla fine un prodotto che esuli dal tran tran tele- novelistico può avere vita. Di parere contrario è in- vece Elia Iezzi che, crudamente, difende le scelte Alvaro-Vitali che e Edwigieo-Feniche dì Tvq, sicura- mente sottoprodotti culturali nel campo del cinema, ma capaci di audience di oltre 130 mila ascoltatori medi. «Noi abbiamo provato a buttarci sulla qualità, ma gli ascolti andavano a picco» dice ancora lezzi «e siccome all’inserzionista devo dare numeri, preferi- sco vendere pubblicità con la dottoressa del distretto militare, piuttosto che con un documentario sull’iris
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Sopra: gruppo di famiglia in un interno (televisivo): lo staff di Telemare. In alto, da sinistra: il direttore Pasquale Pacìlio e l’Uomo-sport Enrico Rocchi; la redazione “rosa” : Mila Cantagallo, Laura Trulli. Danìeìa Senepa, Muriella Cerri e Marta Cannarsa. Beato fra le donne, Franco Di Paolo.
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d’Abruzzo».
Luigi Pierangeli invece la vede in maniera di- versa quando rivendica a Telemare «l’impegno a fare una televisione di qualità, ponendosi il problema di suscitare l’attenzione dell’utente locale senza sca- dere nel cattivo gusto o nel banale. È sicuramente un’operazione a lungo termine» continua Pierangeli «che prevede inizialmente prodotti non troppo raffi- nati, ma che gradualmente educhino l’ascoltatore a non identificare tv privata con gli scarti di magazzino dei grossi networks».
C’è chi, invece, ha la fortuna di avere comun- que prodotti di qualità derivanti dal circuito cui appar- tiene. È il caso di Rete 8, che fa parte del syndaca- tion Cinquestelle, e dì Tvq, appartenente a Italia 7. La differenza tra networks e syndacation è sostanzi- ale e va rilevata. Il primo è un’emittente che utilizza piccole stazioni locali per la diffusione del segnale, ma
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Sopra: la redazione di TAR: (dall’alto verso destra) Simona Giordano, Matteo Veleno, Fabio Lussoso, Ezio Cerasi, Renzo Labarile, Gianni Lussoso, Romana Edmondo, Marco Tontodonati, Eugenia Scena. In alto: Silvia Simoncelli, il direttore Renzo Labarile e Simona Giordano, davanti allo specchio.
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con la caratteristica di diffondere omogeneamente su tutto il territorio nazionale lo stesso programma alla stessa ora e con la medesima pubbli- cità. Il syndacation invece è un consorzio di tv indipendenti, ciascuna con un proprio editore, che accetta di trasmettere per alcune ore {8 al massimo secondo la Mammì) programmi acquistati in comune. È il caso ad esempio di Cinquestelle che trasmette programmi Raì, e di Italia 7 con il famosissimo Colpo Grosso. «Sono stato fortunato ed abile ad avere l’intuizione di aderire a Cinquestelle» dice compiaciuto Mammarella che però alla nostra domanda su come abbia fatto (quali santi in paradiso lo abbiano raccomandato...) glissa e il nostro taccuino registra un n.r. (non risponde).
L’INFORMAZIONE
N
on è solo il livello dei films o delle telenovelas, per le quali quello che c’era da acquistare è stato acquistato da Rai e Berlunconi per i pro- ssimi dieci anni, ma anche come vengono confezionati (e soprattutto letti) i notiziari. È qui la rivendicazione e l’orgoglio di tutte e cinque le emittenti che sono riuscite a metter in piedi redazioni degne di questo nome con inviati e mezzi, ma soprattutto con giornalisti alieni da infles- sioni dialettali o sbracamenti lessicali se non addirittura d’immagine, come succede ed è successo altrove.
«È orribile sentire un telegiornale in pescarese o in lancianese» dice inorridita Fina Giordano di Rete 8 senza spiegare bene a chi si riferi- sca «e per questo motivo che i lettori dei nostri notiziari sono stati selezionati sulla base della dizione e della presenza anche sottoponendoli a corsi di aggiornamento». Anche perché, aggiungiamo noi, nelle tv private il manuale Cencelli non esiste e quindi chi non può andare in video perché in cinquant’anni non ha imparato a parlare italiano, non ci va. E anche Luigi Pierangeli è dello stesso avviso quando sottolinea il fatto che in Abruzzo si tollerano notiziari in dialetto o in calata dialettale, mentre in altre regioni no. «Se l’immagina» osserva «un notiziario della Campania letto con compiaciuta inflessione partenopea o della Romagna con qualche sorbole in mezzo?»
Esteticamente all’altezza dunque, ma il prodotto giornalistico? Qualcuno storce il naso di fronte ai notiziari che queste emittenti riescono a mettere in piedi. Ci siamo divertiti a seguirli tutti e beh,,, qualcosa in più si può fare. Non è possibile, infatti, confezionare il prodotto dando solo un’aggiustatina in buon italiano e buona dizione ad una sequela di notizie d’agenzia che alla fine sono uguali per tutti. Sì dirà che c’è anche il filmato. Ma spesso si tratta di riprese buone una volta per tutte e così si «risparmia e si accumparisce», come si diceva una volta.
Nessuno degli intervistati ha accettato di giudicare il proprio impegno nelle Tv come un gioco, per tutti al contrario si tratta dì un’attività economica nella
quale i numeri devono dare al più e non al meno. Come Luigi Pierangeli il quale ricordando suo nonno racconta che «nel 1934 la clinica andò a piazzarla proprio davanti all’ospedale per una sfida sulla qualità, tra il privato ed il pubblico». Chissà che un giorno Telemare non vada a mettere i suoi studi in via De Amicis a Pescara...
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Sopra: la redazione di Rete 8: (dall’alto verso destra) Giancarlo Zappacosta, Daniele Barone, Paolo Castignani, Giulio Delfino, Bruno Barteloni, Luca Pompei, il direttore Elio Lamparelli, Rosanna Raimondi, Rosalba Pomante, Silvana Ferrante, Pino Morelli. Assente (giustificata) Angela Trentini.
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LE ALTRE
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le altre, direte voi? Già, tutte le numerose televattelapesca destinate a perire? Moriranno o camperanno sotto altri nomi, si arrabbatteran- no o verranno ingoiate dai pesci più grossi? A sentire loro la battaglia per la sopravvivenza non è affatto finita ed è ancora tutto da vede- re, anche se pare che un mercato delle frequenze sia già sotterraneamente esploso con compravendite a prezzi quasi folli.
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Sopra: la redazione di TVQ: (da sinistra) Sara h’aieta, Floriana Di Francesco, Luigi Di Carlo, Stefania Faiagalli, Tony Zitella, Vittorio Minzione, Elia Uzzi, Gianfranco Di Meco, Raffaele Giansante, Antonio Di Marco e Enrico Messere. Sotto: le “colonne” del Telegiornale di TVQ, Tony Zitella, Vittorio Minzione e Raffaele Giansante.
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Tra le outsider il posto di capofila lo rivendica a buon diritto An- tenna 10. Non foss’altro che per un passato tutto sommato abbastan- za glorioso. Proprio da qui hanno mosso i primi passi tanti personaggi che ora costituiscono la spina dorsale di altre televisioni private.
Poi, un paio di anni di crisi: redazione giornalistica ridotta all’os- so, sospensione della pagina sportiva, stop della fascia dedicata all’in- formazione nel periodo estivo.
Infine la svolta, auspice l’onorevole Domenico Susi, da qualche tempo in sintonia con l’emittente del presidente-padrone Vincenzo Lanetta. E dietro il logo di Antenna 10 (un gabbiano ad ali spiegate) si è cominciato a stagliare il Garofano. Se la tanto temuta “scrematu- ra” ad opera della legge Mammì ci sarà, è da star certi che Antenna 10 farà pesare sul piatto della bilancia la joint con il Psi. Un vero e proprio asso nella manica in grado di rimetterla in gioco... d’autorità.
Le varie Tele9, DanTV, Antenna2, VerdeTv, BTV, Telesirio, Tvn, RollingTV Videoesse, Telecentro, Teleponte, Telenovanta e le altre decine di antenne sparse nella regione, invece così come sono attualmente sono destinate a sparire.
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Ma è poi giusto che spariscano? È così democratico, ad esempio, che una delle poche che si occupa di fare solo informazione e se ne frega dì Andrea Celeste, delle sue lacrime idiote e narcotizzanti, delle sue disgrazie disgraziate, debba soccombere per la questione del bacino di utenza?
«Noi ci battiamo perché i bacini in Abruzzo siano due e perché venga rispettata la norma Cee che prevede l’abbassamento a 1.200 metri dei ripetitori» afferma battagliero Elso Serpentini della teramana Verde Tv «così i tanti ripetitori oggettivamente abusivi delle cosiddette grandi emittenti abruzzesi si riveleranno inutili».
Quelli di Verde Tv, il nome è ovviamente programmatico della loro linea editoriale, sostengono che per accedere ad un ripetitore della Majella, oggi occorrano 150/180 milioni e che una emittente come la loro non può permetterseli. D’altronde il bacino di interesse di Verde Tv è esclusivamente provinciale e il tipo di trasmissioni (100 per cento autoprodotti) segna un diverso modo di fare televisione.