| Di Gennaro De Stefano, pubblicato su Oggi 1997 N° 35 |
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L’orrore della Maiella. Con la morte ancora negli occhi, Silvia, l’unica sopravvissuta alla bestiale violenza del pastore macedone, ricorda... | ![]() |
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«Gli ho offerto soldi per calmarlo e lui mi ha spa- rato», racconta la ragaz- za scampata al massacro. «Mentre si accaniva su Diana, ho cominciato a fuggire» - «Ha ucciso Tamara, ha violentato e freddato mia sorella, eppure non lo odio»
di Gennaro De Stefano
Sulmona (L’Aquila), agosto
A
liyebi Hasani, 23 anni, l’autore della mattanza del Monte Morrone, eraun pastore venuto dal- la Macedonia a go- vernare greggi e armenti delle montagne abruz- zesi, |
Nella foto piccolo, da destra, Diana, assieme alla sorella Silvia, 21 anni, scampata alla tragedia, che vediamo anche a sinistra. A destra, l’assassino, l’imperturbabile Aliyebi Hasani, 23 anni, che con agghiacciante indifferenza ha confessato: «Quelle ragazze mi piacevano, io le volevo, alla fine le ho uccise». |
“MI PIACEVANO, LE VOLEVO”
Sulmona (L’Aquila). Nella foto grande, il bosco della tragedia: i corpi delle due ragazze uccise dal pastore macedone, Diana Olivetti, 23 anni,
e Tamara Gobbi,
23, stanno per
essere coperti dagli uomini della Croce
rossa.
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“Vivevano solo per dare amore agli altri”
«E
rano le figlie che tutti i genitori avrebbero voluto avere», dice con voce incrinata dall’emozione don Paolo Bicciato, sacerdote di Santa Maria Annunziata, la chiesa frequentata da Diana e Tamara. È il parrocco, rientrato da Lourdes per officiare il servizio funebre e stare accanto agli altri giovani della parrocchia, a tracciare il ritratto più intenso delle due vittime del bruto. «Una vita tranquilla in casa, lavoro duro, fede profonda, l’impegno nel sociale, tanti amici veri, nessun fidanzato».
Generose, piene di fede, allegre: chi le conosceva bene ricorda così Diana e Tamara
Diana Olivetti, 22 anni, viveva ad Albignasego con i genitori, tre fratelli, (Cristina, Michele e Silvia, sopravvissuta al bruto) e con nonna Maddalena. A 16 anni già lavorava per non pesare sulla famiglia, aveva studiato ragioneria alle scuole serali ma faceva l’operaia in un’azienda di impianti elettrici. Giocava a pallacanestro, strimpellava la chitarra, adorava la musica dei Nomadi, leggeva tanto, specialmente poesia. E aveva iniziato a lavorare per l’associazione Mato Grosso, un gruppo di volontari laici che raccolgono abiti smessi, mobili, oggetti, per spedirne il ricavato a una missione in Sudamerica. «Era vivace come una cinciallegra», dice ancora don Paolo, «era capace di farsi amare da tutti: era il suo modo di vivere la fede. Con la sorella e l’amica, spesso lavoravano fino a tardi. E si fermavano a dormire al centro. Ridevano e parlottavano fino a notte». Tamara Gobbo, 23 anni, un diploma di segretaria d’azienda, dopo mesi nell’inutile ricerca di un lavoro si era rassegnata a lavorare per una ditta di pulizie all’ospedale di Padova. Viveva a pochi chilometri dalla cittadina dell’amica, a Saonara di Villatorta, con i genitori e i due fratelli più giovani di lei, Silvia e Tomaso. Non aveva grilli per la testa: «Le bastava la sua grande passione», ricorda l’amica del cuore Cosetta Cortivo, «l’impegno per gli altri. Prima lavorava con gli handicappati, poi aveva incontrato Silvia e Diana e si era dedicata all’associazione Mato Grosso». Cosetta Cortivo dell’amica conserva un ricordo che adesso pare quasi un testamento spirituale, una letterina che Tamara le indirizzò, «per scusarsi del troppo poco tempo che dedicava alla nostra amicizia». La lettera inizia con una citazione dallo scrittore utopista Henry David Thoreau: « II massimo che posso fare per un amico è essere suo amico, non ho ricchezze da donargli, ma se lui sa che sono felice nel volergli bene, non vorrà altra ricompensa...». Poi, una dichiarazione di vita: «Cara Cosetta, sai che sento il bisogno di aiutare le persone meno fortunate di me, e sentire che la mia vita non è inutile, ma serve agli altri».
Rita Cenni
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INSEPARABILI
Sotto, Silvia Olivetti, assieme a Tamara Gobbo,
uccisa sulla
Maiella, e a un amico.
Sopra, la disperazione dei genitori delle vittime, accorsi per riconoscere le salme. «Tamara e io eravamo inseparabili», spiega con un filo di voce Silvia, mentre papa e mamma pronunciano la loro sentenza: «Se la giustizia consegnasse a noi quell’assassino, gli caveremmo gli occhi».
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«Il campeggio dell’agriturismo «Colle dei Lupi» l’avevano scoperto su una rivista specializzata, in Abruzzo io c’ero già stata lo scorso anno, a Pescasseroli, per cui avevo proposto a mia sorella Diana e alla nostra amica Tamari Gobbo di esplorare, questa estate, la Maiella, che ha un fascino particolare piena com’è di natura, storia e tradizioni religiose. Siamo arrivate a Sant’Eufemia il 12 agosto e sono stati giorni bellissimi quelli trascorsi nel campeggio, eravamo sicure di tornare a casa con mille ricordi felici, invece è finita tragicamente. Sant’Antonio ha voluto aiutarmi a sopravvivere ed io lo ringrazio sempre nelle preghiere. No, non provo odio verso quel ragazzo, come potrei odiarlo?». Silvia Olivetti, ha 21 anni, è operaia in una industria di lattine di Albignasego, vicino a Padova, ferita, traumatizzata e sotto lo choc tremendo della tragedia vissuta in prima persona, racconta con lucidità e coerenza le fasi drammatiche della strage del Monte Morrone: lo stupro e l’uccisione a colpi di pistola i sua sorella Diana, 23 anni, e la spieiata esecuzione di Tamara Gobbo, anche lel ventitreenne impiegata di Villatorta di Saonara.
«La mattina di mercoledì 20 agosto, intorno alle otto, abbiamo deciso di andare a fare una passeggiata lungo i sentieri del Monte Morrone. Con nostra Ford Fiesta siamo arrivate fino al Passo San Leonardo dove abbiamo parcheggiato. Avevamo progettato una camminata non impegnativa, perché l’ascesa sulla vetta più alta era programmata per il giorno successivo, prima della partenza e del ritorno a casa. Il sentiero si inerpica subito, ma noi siamo allenate e con gli zaini in spalla l’abbiamo affrontato abbastanza tranquillamente, avevamo la macchina fotografica e avremmo sicuramente fissato sulla pellicola i ricordi di quella passeggiata. Dopo tre ore di cammino, siamo sbucate in una valletta che si chiama Mandra Castrata che, sulle cartine, è segnata come una parte della Valle di Dentro che poi si affaccia sul paesino di Pacentro sul versante opposto della Maiella. In quel punto, però, il sentiero si biforca: un ramo volta a sinistra, scende per la valletta e poi risale verso la cima, l’altro si inerpica più deciso verso il Morrone. Mentre io, Diana e Tamara, stavamo decidendo quale direzione prendere, è apparso davanti a noi un ragazzo a cavallo vestito con pantaloni corti blu, una giacca a vento con due buchi e una striscia gialla, scarponi e berretto da montagna con visiera. Aveva con sé due cavalli e un mulo alle redini. Mi sono accorta che le bestie erano impastoiate (la pastoia è una corda che si lega alle zampe anteriori dell’animale per impedirgli di allontanarsi durante il pascolo, ndr) per cui ho capito che quel ragazzo era il guardiano, un pastore e che più discosto c’era sicuramente il gregge. Gli abbiamo chiesto se poteva consigliarci la strada migliore per salire sul Morrone e lui ci ha subito detto che non dovevamo prendere il sentiero in discesa perché, passando davanti ad uno stazzo, avremmo incontrato dei cani randagi che ci avrebbero aggredito, ha quindi chiesto se volevamo essere accompagnate, che lui ci avrebbe fatto da guida. Io non mi sono molto allarmata perché lui era cortese e gentile a differenza di altri pastori incontrati in precedenza, tutti piuttosto chiusi e diffidenti, se non ostili. Gli abbiamo comunque risposto che non avevamo bisogno di niente che, una volta scelta la strada da percorrere, avremmo saputo cavarcela da sole e che lo ringraziavamo per la sua gentilezza. A quel punto lui si è allontanato, poi ci ha ripensato ed è tornato verso di noi iniziando a molestarci con la pistola in mano, dicendo che dovevamo seguirlo nel boschetto. Io ho cercato di restare calma e fredda, gli ho offerto del danaro, quei pochi soldi che avevamo ed anche la catenina d’oro. Tamara, invece, ha cominciato ad urlargli contro e lui, senza neppure pensarci due volte, mi ha sparato colpendomi al polso e all’addome. Sono svenuta, oppure sono soltanto caduta, questo non lo ricordo neanche più bene, ero terrorizzata perché a pochi metri da me c’era Tamara morta e lui che diceva cose orribili a mia sorella Diana che urlava contro quell’uomo:
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“Ci aveva detto che il sentiero in discesa era il più pericoloso” |
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“Non mi ha inseguito: pensava che sarei morta dissanguata” |
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“L’ingresso clandestino deve diventare subito reato”
Contro l’emergenza profughi, la ricetta di Raffaele Costa, deputato di Forza Italia - «Le ambasciate non collaborano»
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«P
er ridurre il fenomeno della delinquenza importata basta introdurre in Italia una legge molto semplice: quella che prevede il reato di ingresso clandestino. Un modo per allinearsi, finalmente, alla legislazione degli altri Paesi europei», afferma con sicurezza Raffaele Costa, deputato di Forza Italia e membro delle commissioni Difesa, Affari sociali e Bilancio.
Secondo Costa la situazione attuale è disastrosa perché non viene nemmeno rispettata la Legge Martelli sull’immigrazione che da tempo viene molto criticata. E troppo permissiva, sostengono molti parlamentari, forze sociali e ora perfino i vescovi pugliesi. «L’articolo 2 di quella legge prevede che ogni anno un decreto fissi quanti immigrati possano entrare in Italia», prosegue Costa, «ebbene nel 1996 il decreto è stato fatto a fine anno, quest’anno è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il primo agosto. Chiunque si rende conto che in questo modo vengono dettate regole per i flussi migratori quando le cose sono già fatte. Chi controllerà adesso quelli che sono già entrati in Italia?». Se le difficoltà di estradare verso i loro Paesi d’origine i clandestini e i colpevoli di reati sono dovute a carenze legislative interne, Costa punta il dito anche su fattori esterni: «Le ambasciate e i consolati di Algeria, Tunisia e Marocco sono poco collaborative: tendono a fare in modo che i loro compatrioti rimangano in ogni caso in Italia. Un comportamento che meriterebbe più fermezza da parte del governo italiano. Mentre va riconosciuto che le rappresentanze egiziane si adoperano con prontezza per riprendersi i loro cittadini che non hanno i requisiti per restare». Sui profughi albanesi, Costa ha parole durissime contro il governo guidato da Romano Prodi: «Si sapeva fin dall’inizio che gli albanesi sarebbero subito scappati dai cosiddetti centri di accoglienza. Erano venuti in Italia, spendendo cifre per loro enormi, per restarvi e non certo per essere rimpatriati dopo pochi mesi. «Non si è voluto guardare in faccia alla realtà e oggi vediamo Prodi dichiarare che il rientro di quei pochissimi ancora sotto controllo verrà rinviato. Ma non lo fa per aiutare il governo di Tirana. No, la realtà è molto più semplice: manca la volontà politica e la capacità pratica per affrontare quest’altra emergenza. Se si va avanti di questo passo l’Italia sarà una società multietnica “obbligata”, mentre invece l’immigrazione deve essere regolata e controllata secondo le effettive capacità dì assorbimento. «Bisogna dire basta al falso pietismo, al solidarismo di facciata, all’altruismo a spese dei contribuenti, per poter offrire una reale ed effettiva solidarietà». | ||
| Lo sguardo perso del «mostro» della Maiella. | l.l. | |
L’orrore, alle 17 di mercoledì quando Silvia è schiantata dinanzi a Giuseppe Centofanti che prendeva il fresco seduto sulla panchina fuori casa, in località Marane, aveva già da parecchie ore dipinto di nero la montagna madre dell’Abruzzo. Ed il suo racconto cominciava a srotolarsi sempre più cupo e drammatico dinanzi all’incredulità dei soccorritori che l’ascoltavano. «Gridava che avevano violentato la sorella» racconta Giuseppe Centofanti «che la sua amica era stata uccisa, che lei era ferita. Io non mi posso muovere, allora ho chiamato una ragazza che studia medicina e che le ha medicato la ferita, poi sono arrivati i carabinieri e l’ambulanza. La gente era incredula, da queste parti non era mai successo niente di così tragico. Quando le macchine si sono allontanate, io mi sono voltato verso la montagna, l’ho guardata e ho detto: non è possibile».
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“Ho visto un uomo con le stampelle: ho capito che ce l’avevo fatta” |
E invece Aliyebi Hasani, sul cavallo e con il berretto calato sugli occhi, a quell’ora gironzolava per la Maiella sicuro di averla fatta franca: tre ragazze morte, una violentata (la povera Diana non aveva mai neppure baciato un ragazzo), nessun testimone. Chi avrebbe mai pensato a lui?
«Quando una pecora si taglia una zampa e non la curi subito muore dissanguata», ha detto durante la confessione il pastore venuto dalla Macedonia che parla italiano e, se vuole, anche abruzzese del ceppo pescarese, il che non è proprio così facile. «Sì quella lì l’ho inseguita per un po’, poi ho capito che prendeva la strada difficile ed ho pensato che non ce l’avrebbe fatta. Mi sentivo tranquillo». Aliyebi, detto Alì, ha confessato tutto al sostituto procuratore di Sulmona, Aura Scarsella ed al commissario della Criminalpol, Maurizio Improta, ha fatto ritrovare le armi, ha dato una spiegazione a quella ecatombe che ha distrutto due famiglie e segnato pesantemente la comunità abruzzese: «Una mi piaceva, la volevo, la prima che m’ha offerto i soldi m’ha tirato anche un sasso che m’ha preso allo stomaco, allora l’ho colpita subito.
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“Non sono riuscito a possederla completamente: era vergine” |
Delitto Maiella mostra lista articoli
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