| Di Gabriella Montali, pubblicato su Oggi 1993 N° 40 |
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L’allucinante vicenda di un giornalista «scomodo» | ![]() |
| dalla nostra inviata GABRIELLA MONTALI |
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Avezzano (L’Aquila), settembre
«S
ono rimasto in galera per due mesi. Col rischio di restarci trent’anni. Accusato di essere uno spacciatore. Io, Gennaro De Stefano, io che non mi sono mai fatto nemmeno una “canna”. Un poliziotto mi ha incastrato perché ho scritto cose scomode per lui. Sono un cronista: come altre volte ho scritto cose che non gli piacevano. E lui, Pietro Di Giamberardino, ex vice ispettore di polizia giudiziaria, mi ha fatto mettere la cocaina in macchina. Ora, però, sono libero.
«Dietro le sbarre c’è lui. No, non mi fa piacere. Il carcere non si augura a nessuno, nemmeno a chi |
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| L’ACCUSATORE È IN CELLA Avezzano (L’Aquila). Pietro Di Giamberardino, l’ispettore finito in cella per aver incastrato Gennaro De Stefano costringendo un pregiudicato a mettergli in macchina della cocaina: davanti a lui nella foto, in mano a un collega, il pacchetto di droga. | “MIO FIGLIO NON VUOLE PIÙ PERDERMI” Avezzano (L’Aquila). Gennaro De Stefano, il giornalista ingiustamente accusato di spaccio di droga e incarcerato per 2 mesi, col figlio Alessio, 5 anni. «Ora», dice, «il bambino ha paura di perdermi, e piange ogni volta che esco di casa». De Stefano dava fastidio a Di Giamberardino perchè i suoi articoli avanzavano dubbi sulle indagini che l’ispettore aveva condotto sul delitto di Balsorano. |
Giornalista non è soltanto chi gioca con gli zeri delle note spese da fronti lontani. Dove, forse, si rischia meno che qui, ad Avezzano. La storia di Gennaro De Stefano, 42 anni, pubblicista di Napoli trapiantato in Abruzzo lo dimostra: questo nostro collega ha rischiato di perdere per sempre la libertà, la dignità, per avere esercitato il semplice diritto di cronaca.
Veniamo ai fatti. Pietro Di Giamberardino, ex vice al commissariato di Avezzano, finisce in manette nei giorni scorsi al termine di un’inchiesta durata sei mesi in cui è stato determinante il ruolo del vicequestore Rosanna Fortuna. L’inizio risale a marzo, quando il pregiuicato Antonio Ferreri, 43 anni, avezzanese, detenuto in semilibertà confessa: «Sono stato io a fare mettere ventitré grammi di cocaina nell’automobile del giornalista Gennaro De Stefano, che è stato ingiustamente in galera per due mesi.
«L’ho fatto perché costretto’ dal vice ispettore Di Giamberardino. Mi ha ricattato, quel poliziotto. È facile ricattare uno in semilibertà. Perché ho confessato? Un fatto di coscienza.
«Gennaro De Stefano non meritava quel sospetto infamante. E uno “preciso”, come diciamo noi. Uno pulito, uno che non tradisce. In galera si è comportato bene, senza lamentarsi [De Stefano è rimasto nel carcere avezzanese di San Nicola dal 31 agosto al 27 ottobre 1992, quando gli esami dei capelli e il riscontro digitale lo hanno “salvato”, ndr]. Non è un “infame”, come certa gente».
Ferreri non lo dice ma è chiaro che allude a Di Giamberardino, l’ex vice ispettore dalla rapida carriera cui ora vengono contestati reati gravissimi: oltre alla detenzione e spaccio di droga, il falso, la calunnia, l’abuso di potere, la corruzione. Di Giamberardino aveva a lungo indagato sul caso di Michele Perruzza, il muratore di Balsorano condannato all’ergastolo per l’omicidio della nipote, la piccola Cristina Capoccitti, uccisa la notte del 23 agosto di tre anni fa.
Di Giamberardino aveva dunque in gran parte contribuito alla incarcerazione a vita dello zio della bimba.’ L’uomo che, con grande disappunto dell’ispettore, Gennaro De Stefano continuava invece a difendere. Puntigliosamente, con una raffica di dubbi sul modo in cui erano state condotte le indagini, con sospetti continui sulla notte del delitto. E sul cugino della bambina, Mauro Perruzza, il figlio del muratore, secondo De Stefano vero colpevole.
LEI HA SCOPERTO LA VERITA’ Avezzano (L’Aquila). Rosanna Fortuna, il vicequestore che ha contribuito a fare luce sulla vicenda di Gennaro De Stefano. Le indagini hanno avuto una svolta quando Antonio Ferreri, un pregiudicato, ha confessato che era stato lui, spinto da Di Giamberardino, a nascondere la droga nell’auto del giornalista. E adesso l’ispettore è stato arrestato: risponderà di detenzione e spaccio di droga, falso, calunnia, abuso di potere e corruzione. |
Il giornalista, nelle sue corrispondenze locali e addirittura in un libro, Il delitto di Balsorano, sembra sfidare tutto e tutti (Perruzza senior è stato condannato in Assise, in Appello e poi anche in Cassazione). Sul numero di Visto del 27 agosto del ‘92, De Stefano pubblica un memoriale del muratore, dove Perruzza accusa il figlio di omicidio.
Quel memoriale, guarda un po’, non avrà seguito: tempo tre giorni, il giornalista (che prometteva scottanti rivelazioni circa le presunte forzature degli inquirenti nel condurre le indagini) viene arrestato «in flagranza di reato», con la droga sotto l’acceleratore.
Ma lasciamo parlare Gennaro De Stefano, che ora è finalmente sereno nella sua bella casa di Avezzano, con la sua compagna Letizia Di Ponzo e il figlioletto Alessio. Lasciamo che sia lui a rievocare quel giorno incredibile di un anno fa, l’inizio delle sue «prigioni».
«Erano le tredici e quindici quando mi arrestarono, quel giorno di agosto», rievoca Gennaro. «Ricordo ogni particolare di quella mattina. Dunque, quella mattina, era lunedì, presi il caffè coi poliziotti, come spesso mi accade ancora adesso, nella mia ronda quotidiana davanti al palazzo di giustizia.
«Poi, a casa, la mia compagna mi dice che c’è da fare un telegramma per un vicino deceduto. “Va bene”, rispondo, “ci vado io all’ufficio postale. Torno subito”. Erano le tredici e cinque. Mi trovavo in via Mazzini quando una macchina della polizia a sirene spiegate sgommò dietro di me: le cedetti la strada.
«Invece, era con me che ce l’avevano. Strinsero la corsia e uscirono in tre. Il più alto, con cui avevo appena preso il caffè, mi ordinò: “Fuori i documenti”. “Ma quali documenti?”, dissi io, “ci siamo visti poco fa, stai scherzando?”. “Non faccia lo spiritoso”, rispose lui. Qualche secondo dopo si sdraiò sotto al volante. Frugò finché trovò la droga in un involto dalla forma di sigaro. Capii di essere caduto in una trappola. Del resto, qualcuno mi aveva avvisato da tempo: “Stai attento, Gennaro, al commissariato qualcuno te l’ha giurata. Smettila con la storia di Balsorano”.
«Così, eccomi in galera, al San Nicola, nudo, facendo umilianti flessioni davanti a un secondino. Ti fa paura qualsiasi cosa, lì dentro, perfino quel poveretto che se gli togli la divisa è uno gnomo.
«In galera, anche quell’ometto sembrava un padreterno. Era lui a vendere una confezione di vino da ottocento lire al prezzo di quattro pacchetti di sigarette. Lo vende ai drogati in astinenza. Quante volte ho visto quei ragazzi disperati sniffare dai tubi del gas, per stordirsi, aspirare dagli acccendini, rotolarsi per terra per il dolore. Mischiati a noi che temevamo gli schizzi del loro sangue, spesso infetto dall’Aids.
«In galera dimentichi cos’è il tempo. Il tempo è l’ora di colloquio settimanale, dove concentri tutto quello che hai pensato durante sette giorni e sette notti. Lo spazio, invece è il cortile dove passeggi avanti e indietro, ventitre metri in lunghezza, otto in larghezza.
«Conti i giorni, conti i giorni. Ma in galera trovi anche Michelino “Tanto gusto”, come lo chiamavo io, un colombiano beccato a Fiumicino con un chilo di cocaina in ovuli dentro la pancia. Trovi Michele, corriere della “bianca” anche lui, di Lima, in Peru: due ragazzi di vent’anni, i miei primi vicini di cella. Si sono fatti in quattro per me.
«Letizia, la mia compagna, è stata brava, una leonessa. Mentre ero dentro, accompagnata da un avvocato, fece il giro di un po’ di redazioni per chiedere solidarietà. Qualcuno le disse: “Il suo uomo cara signora, è un mitomane. Chi vuole che ce l’abbia con lui? È sicura signora, che il suo compagno non sniffi?”. Quel sospetto continuò a pesare su di me anche dopo l’esame dei capelli, la perizia tossicologica col mineralogramma. Finché, con la confessione di Ferreri a marzo e, soprattutto, con l’arresto di Di Giamberardino nei giorni scorsi il mondo ha deciso di riabilitarmi.
«E ora mi cerca anche Pannella, e mi cercano gli stessi giornali che prima mi avevano snobbato, che avevano dimenticato velocernente l’artìcolo 27 della Costituzione, quello che sancisce la presunzione d’innocenza, fino a prova contraria. E le prove, Dio mio, le prove...».
Gennaro pensa alle «prove» che l’hanno incastrato. E pensa sopratutto a un altro uomo, in galera con la più turpe delle accuse. Un uomo che lui dice, non rinuncerà mai a difendere. Mentre nei corridoi del Palazzo di giustizia qualcuno parla di un certo nastro sparito, come in ogni vero giallo.
Gabriella Montali
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