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Mostro di Foligno
Di Gennaro De Stefano, pubblicato su Oggi 2000 N° 37 vai alla pagina iniziale
Mentre si parla dì lotta ai pedofili, rilasciano Luigi Chiatti
Non liberatelo. Ha detto:
“Quando esco, lo rifaccio!”
«L’assassino di mio figlio e di Simone Allegretti, condannato a 30 anni di galera, uscirà dopo averne scontati solo 7», si dispera Luciano Paolucci, pardre di Lorenzo - «Chiedo a Ciampi: nessun beneficio per chi uccide i bambini»

di GENNARO DE STEFANO
Foligno (Perugia), agosto
La polvere della strada che da Foligno porta a Casale, 900 metri d’altezza, poco distante dall’abbazia di Sassovivo, è la stessa di sette anni fa. Di diverso ci sono i contai- ner del dopo terremoto 1997. Siamo tornati qui dove il 7 agosto del ‘93 Luigi Chiatti, nel villino dei genitori adottivi, Giacoma e Ermanno, uccise Lorenzo Paolucci, 13 anni, il suo secondo omicidio da pedofilo dopo aver soffocato, nell’ottobre del ‘92, Simone Allegretti, 4 anni.

Siamo tornati qui perché, ormai è più di un sospetto, tra qualche mese il geometra pedofilo e assassino potrebbe ritornare libero. Sì, Luigi Chiatti, reo confesso dei due omicidi che fecero inorridire l’Italia, ha ormai tutte le «carte in regola» per tornare un uomo quantomeno «semilibero» dopo appena otto anni di prigione. E allora viene da chiedersi in che Paese viviamo se, sull’onda dell’e- mozione seguita agli omicidi di Hagere Kilani e Graziella Mansi (le due bimbe di 4 e 8 anni uccise la prima a Imperia, la seconda a Castel del Monte, quest’ultima addirittura da un branco di giovani pedofili), da una parte si varano misure repressive (garante del minore, poliziotti nelle scuole, controllo dei siti Internet) e dall’altra si è così di manica larga da concedere a un assassino la possibilità di tornare fuori dal carcere. Con il rischio che si avveri ciò che disse appena arrestato: «Se esco da qui, ammazzo di nuovo!».

IL “MOSTRO” E LE VITTIME Foligno (Perugia). Luigi Chiatti al processo in cui fu condannato a 30 anni di carcere per l’assassinio di Lorenzo Paolucci (in alto a sinistra, col fratellino Stefano) e di Simone Allegretti (in alto, a destra). A destra, Luciano Paolucci: è contro il «perdonismo».

Nell’attesa di una risposta seria e mentre ci si azzuffa a chi la dice più grossa («Castriamoli!», «Giustiziamoli!», «Sbattiamoli sui giornali!»...), respirare l’aria di Casale, piena di ricordi dolorosi, aiuta a riflettere. Perché, mentre a Roma si discute, ci si dimentica quanto strazio hanno dovuto subire le vittime di un Chiatti che oggi, grazie anche a norme talora inconcepibili, potrebbe tornare a fare ciò che ha fatto.

Un viaggio della memoria, un raccoglimento favorito da un incontro casuale, inatteso. Stefano, occhi grandi ed espressivi, viso triste ma non imbronciato, quindici anni e una gran voglia di parlare di suo fratello che, sette anni fa, vide la morte in faccia e non potè evitarla.

«Sono Stefano Paolucci», dice. «Sono un giornalista, ti crea problemi?», gli domando mentre lui sale sulla mia auto. «Sì, cioè no, però andiamo da nonna». Tutto così improvviso, inaspettato, che non c’è il tempo per prendere un pezzo di carta e una penna per gli appunti, un registratore, qualcosa... «Come stai?», chiedo prudente. «Sto benissimo. Cioè, se non penso a quella cosa, sto bene».

I vicoletti polverosi di Casale sono come erano sette anni fa. La villa dei Chiatti, dove avvenne l’omicidio di Lorenzo, è stata venduta «a un barbiere di Foligno». Stefano ammette che lassù lui non ci torna mai. Poi, come se esplodesse, si confida seduto nella casa di nonna Scolastica, appena ristrutturata dal terremoto: «Io parlo con Lorenzo quasi tutti i giorni...», dice.

«Lui è rassicurante anche quando mi dice che ha provato molte volte a tornare in vita, ma questo miracolo non gli riesce. Io però devo stare tranquillo, lui mi sta accanto e miaiuta. La prima volta che gli ho parlato è stato qualche tempo fa. A scuola mi sono sentito chiamare e pensavo che fosse uno scherzo dei compagni, invece non era così. Mi sono guardato attorno e non c’era nessuno, poi sono tornato a casa e, in camera mia, lui m’ha parlato. “Non piangere per me”, ha detto, “non devi essere triste, io ti sono vicino”. E così, quando mi vede in difficoltà, mi parla. Lo fa quando studio, quando entro a scuola (adesso frequento la seconda magistrale), così come lo faceva sempre prima di quel giorno.

C’È CHI SI FA GIUSTIZIA DA SÈ? Illorai (Sassari). Mai in Sardegna un delitto era stato accompagnato da una simbologia tanto macabra ed esplicita. Ai confini fra le provincie di Sassari e Nuoro, un pastore, Giovanni Melone, è stato impiccato al cancello del suo ovile (sopra). Nello stesso cancello i giustizieri hanno infilzato alcune teste di bambola. Il messaggio è fin troppo chiaro: la vittima potrebbe aver pagato un tentativo di pedofilia. Anche perché, prima di essere «giustiziato» Melone era stato seviziato dopo un probabile «processo barbaricino».

«Mi manca molto Lorenzo», dice Stefano, e sembra che stia per scoppiare in lacrime, ma è una falsa impressione, anche se la struggente tenerezza di questo racconto si annoda in gola e, onestamente, non sai più cosa guardare: se la foto di Lorenzo e Stefano assieme, oppure nonna Scolastica che mormora: «Non fatelo uscire quello lì...» e breclina il capo come tutti gli anziani dopo che il destino s’è posato pesantemente sulle loro spalle, o gli occhi di questo ragazzino che ti fanno davvero accapponare la pelle.

«Mi manca», insiste Stefano, «anche se sento la sua presenza e questo mi aiuta molto. Lui mi dice che devo stare tranquillo, che in futuro non avrò problemi. E io mi fido, perché oggi lui è grande, ha vent’anni e quando è successa quella cosa era già maturo.

«Quando scomparve Simone Allegretti», racconta Stefano mentre la nonna ciondola la testa e ripete che è stato Lorenzo a crescere il fratello minore, «eravamo davanti alla televisione, io, Lorenzo, mamma e papà. Allora mio fratello disse: “A noi non ci può succedere, io e Stefano sappiamo come difenderci”. Gli risposi: “Se capita a me, gli do un pugno e gli faccio un occhio nero ‘. Purtroppo le cose sono andate diversamente...».

Nonna Scolastica prepara il caffè, la casetta appena ristrutturata è linda e sa di buono. Il container abbandonato da pochi giorni è ormai solo un ricordo. «Non fatelo uscire, quel mostro», ripete, «aiutateci a non farlo uscire dal carcere e, se serve una petizione, una firma, io ne metto dieci. Non è giusto che chi ha ammazzato due bambini in quel modo stia in carcere pochi anni e poi ritorni a godersi la vita».

L’anziana donna non sa darsi pace e non si spiega come sia possibile che una persona, condannata a 30 anni, stia fuori dopo sette. Stefano rivela: «Quest’anno, alla fine della scuola, i miei compagni mi hanno chiesto: “E vero che Chiatti esce a gennaio del 2001?”. Io ho detto che non lo sapevo. Ma se tanta gente dice questa cosa, sarà vera».

Già, allora proviamo un po’ a spiegare come mai Luigi Chiatti, classico «detenuto modello», che dovrebbe essere scarcerato l’8 agosto 2023, a 55 anni, potrà invece tornare libero tra poco meno di un anno.

innanzitutto va ricordato quante furiose polemiche suscitò la riduzione della condanna inizialmente inflitta (due ergastoli, uno per ciascuno degli omicidi) a 30 anni complessivi sanzionati dalla Corte d’Assise d’Appello di Perugia, che accolse la tesi difensiva della «seminfermità mentale». In questo modo, le speranze di uscire dal carcere di Spoleto si fecero molto più concrete. Per Luigi Chiatti, come per qualsiasi altro detenuto, valgono infatti le regole della Legge Gozzini che, premiando la buona condotta, consente di conteggiare nove mesi come se fossero un anno intero scontato. E dire che non molto tempo fa c’è stato chi ha proposto, per sfoltire le carceri, di ridurre a otto i mesi da scontare per compiere un anno. Ecco così che, per accedere al regime di semilibertà, occorre aver scontato metà della pena (in questo caso 15 anni) che però, per effetto della Gozzini, diventano 135 mesi, poco più di undici anni. La data della possibile scarcerazione di Chiatti come detenuto semilibero (esce la mattina e rientra a dormire la sera, ha un lavoro, vive in una città diversa da Foligno) diventa dunque l’8 ottobre del 2004. Ma, nel frattempo, se il detenuto ha scontato un terzo della pena (per reati non così gravi solo un quarto), che in questo caso, come abbiamo visto, non sono dieci, bensì sette anni e mezzo, può chiedere un permesso da ventiquattro ore a quindici giorni, e trasformare i novanta giorni di «sconto pena» in altrettanti permessi premio a casa.

I compagni di Stefano Paolucci avevano fatto bene i conti: Chiatti è entrato in carcere l’8 agosto ‘93 e fra sei mesi, cioè l’8 febbraio del 2001, il geometra di Foligno («Se esco, lo rifaccio...»), potrà uscire. Non è una procedura discrezionale (anche se, di solito, la prima domanda viene respinta, così i Tribunali di Sorveglianza fanno la faccia feroce), ma un diritto di Chiatti come di ogni detenuto. E allora qualcuno deve spiegare a cosa serve inasprire le pene se poi due omicidi si pagano quanto un furto d’auto.


In qualsiasi altro Paese civile, Luigi Chiatti starebbe in galera ancora per tanti anni
In nessun altro Stato occidentale esistono leggi permissive come la Gozzini o la Simeone. In America per questi reati c’è la pena di morte
    Ma come funziona l’espiazione della pena negli altri paesi occidentali? Va subito premesso che in nessun altro Paese esiste una legge come la Gozzini o la Simeone-Saraceni, che regola le pene alternative. L’Italia, poi, assieme alla Germania, è al quarto posto nella graduatoria dei detenuti ogni centomila abitanti, dopo Olanda, Belgio e Svezia. Il dato di 85 carcerati ogni centomila abitanti (i famosi 53.000 detenuti di cui si sta discutendo da mesi) è quasi nulla di fronte ai 590 degli Usa (quasi due milioni), 628 della Russia, 388 del Sudafrica. In Europa la certezza della pena ha diverse sfumature.
  • Spagna e Portogallo. Sono le uniche due nazioni europee ad aver abolito l’ergastolo. La condanna per una persona che avesse commesso i reati di Luigi Chiatti, sarebbe stata 30 anni, senza alcuna possibilità immediata di usufruire di permessi o sconti di pena. Questo anche in base alla Leggè 11/99 che inasprisce le pene per i reati sessuali nei confronti di minori ed incapaci. Nella pratica però, la legislazione iberica, prevede una pena massima di 20 anni di prigione, accompagnata da molte misure alternative.
  • Francia. Abolita nel 1971 la ghigliottina, la pena per un pedofilo duplice assassino sarebbe dell’ergastolo. Anche se non è codificata da una normativa, non si entra in carcere per condanne fino a cinque anni e si fa largo uso delle misure alternative. Per usufruire di benefici come quelli Italiani, un ergastolano deve trascorrere almeno 30 anni in prigione.
  • Germania. Ergastolo anche in Germania, ma con una possibilità: dopo 15 anni il giudice può sospendere la pena e quasi sempre lo fa. Unici esclusi da questo benefìcio i terroristi della Rote Armee Fraktion, ma nel 1998 anche per loro è scattata l’indulgenza e sono quasi tutti liberi.
  • Gran Bretagna. Nel Regno Unito l’ergastolo è previsto per molti reati, compreso quello di violenza su minori. La possibilità di concedere sconti di pena, permessi e facilitazioni spetta da una parte al ministro dell’Interno, dall’altra a un comitato formato da semplici cittadini, guidati da un giudice, Naturalmente la prima condizione è il ravvedimento del condannato.
  • Stati Uniti. È superfluo dire che in America Luigi Chiatti sarebbe uno dei molti dead man walking, un condannato a morte in attesa dell’esecuzione. Ammesso che una giuria gli avesse riconosciuto una qualche attenuante, il geometra folignate avrebbe avuto l’ergastolo senza possibilità di ricorrere a una delle alternative previste dalla legislazione americana: libertà sulla parola, libertà condizionale o custodia in una casa di vigilanza, una specie di semilibertà diurna. Negli Usa, secondo il cosiddetto Crime Bill, un progetto di legge in discussione al Congresso, verrà portalo all’85 per cento della pena il periodo da scontare effettivamente (Truth in sentencing), per cui uno come Chiatti, in teoria, potrebbe affacciarsi al portone del carcere solo dopo 26 anni. E non dopo sette e mezzo.
    g.d.s.

«Il conteggio è esattissimo», conferma Luciano Paolucci, padre di Lorenzo e Stefano, che da anni si batte in difesa dei minori, «lo so che uscirà. Non andrò a cercarlo, sia chiaro, ma, come ha spiegato lo psichiatra Andreoli, lui commetterà di nuovo quel delitto. Allora, chi gli avrà consentito di ritornare a delinquere dovrà rispondere alla giustizia, io lo denuncerò! Io chiedo al capo dello Stato di farsi garante che non ci siano più sofferenze per bambini e genitori. Quindi no a benefici per reati di pedofilia!».

«Non vedo Chiatti da due anni», dice l’avvocato Claudio Franceschini, suo difensore, «e comunque le cose non sono così automatiche come si vuol far credere. I benefici vanno chiesti e non è detto che il Tribunale di Sorveglianza li conceda». Strano, perché proprio il Tribunale di Sorveglianza umbro, dal 1995, concede numerosi permessi premio a Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo, condannati all’ ergastolo nell’83 per l’omicidio di Nunzia e Barbara, due bambine uccise a Ponticelli, quartiere a est di Napoli. Unica differenza con Chiatti: i tre si sono sempre proclamati innocenti. Sull’onda emotiva di questi giorni si sono accesi dibattiti e avanzate proposte: un rito che si ripete. Per capire che siamo a un copione già letto, basta dare uno sguardo a cosa si scrisse in tema di misure antipedofilia dopo l’omicidio di Silvestre Delle Cave a Cicciano, vicino a Napoli, o di Simeone Nardacci a Ostia, tanto per citare i casi più recenti. Unica differenza: la decisione di un quotidiano di pubblicare liste di persone che, condannate definitivamente dalla Cassazione, vengono definite «pedofili».

E così, mentre le maglie della legislazione permettono ai Chiatti di tornare liberi, si crea confusione. Perché basta un solo caso di omonimia per creare drammi irreparabili. E non solo. Ma se queste persone fossero state condannate ingiustamente? E Pasquale Tortora e Vasile Donciu, gli assassini delle due piccole vittime di questo agosto, erano «pedofili» certificati da una sentenza? La risposta è, ovviamente, no. Ma contro questa barbara voglia di legge fuori dalle regole, sta anche la norma precisa per cui nessun cittadino può accedere al certificato penale di un altro cittadino. O, forse, gli unici «innocenti doc» da tutelare, anche quando condannati, sono i politici potenti da una parte e Adriano Sofri dall’altra?

Occorrerebbe rinfrescare la memoria di chi cavalca l’onda antipedofilia citando un solo nome: Lanfranco Schillaci. Nel 1990 venne sbattuto sui giornali come violentatore della figlia di due anni. Ebbe la vita rovinata, dovette trasferirsi da Milano in Sicilia, fino a quando si scoprì che la bambina non aveva subito alcuna violenza e che il rossore riscontrato da un improvvido mediconzolo altro non era che un tumore. Per il quale la piccola morì.

Gennaro De Stefano

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