| Di Nando Festa, pubblicato su Visto 1998 N° 20 |
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Durante il processo sono state proiettate le diapositive della sua autopsia. Immagini tanto agghiaccianti da far svenire gente in aula. Serviva davvero mostrarle? «Mi hanno turbato», ha ammesso il professore che le commentava. «Dovevamo affrontare questo strazio», dice il fratello di Ferraro |
di NANDO FESTA |
E nonostante i giudici, consapevoli delle sequenze altamente scioccanti che stavano per essere mostrate, avessero fatto uscire telecamere e fotografi, l’orrore è piombato comunque tra giudici popolari, magistrati togati, studenti universitari di legge, venuti per approfondire il corso di diritto penale, giornalisti e pubblico, al punto che una cronista di un quotidiano non ha retto allo shock ed è svenuta, un orrore che si è dipinto sul volto dei presenti, costretti ad assistere a uno spettacolo macabro non si sa quanto utile alla ricerca della verità.
Un orrore che comincia gelidamente con la “presentazione” dei resti della povera Marta come se fossero un tragico trofeo - «Ecco, qui vedete la volta cranica di Marta Russo su un vassoio portaoggetti» - e continua con una descrizione professionalmente ineccepibile, anche se umanamente gelida e lontana mille anni luce da ogni senso di pietà.
«Il foro di entrata del proiettile si vede benissimo», sosteneva il perito illustrando le immagini attraverso una penna con punta laser, «è localizzato qui sopra l’orecchio sinistro. Chi ha sparato era a una distanza superiore ai cinquanta centimetri e alla sinistra del cranio di Marta Russo; il proiettile, in piombo nudo e non camiciato, ha percorso in linea ortogonale la sua traiettoria, con una modesta inclinazione dall’alto verso il basso. Dopo l’ingresso nel cranio, il proiettile si è spezzato in undici frammenti differenti. In questa diapositiva», concludeva poi il professor Di Luca con fredda cattedraticità, «si vede il sollevamento e il ribaltamento della volta cranica da noi operato per giungere a constatare, purtroppo, la gravissima emorragia cerebrale patita dalla vittima».
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| La traiettoria del proiettile Nelle fasi preliminari del processo per l’omicidio di Marta Russo è stato ricostruito il momento preciso del delitto e la traiettoria del proiettile. Nella foto grande, il sopralluogo nel viale dell università: si nota il filo che esce dalla finestra dell’aula 6 che simula la traiettoria del proiettile, e la testa del manichino, nel punto in cui si trovava Marta. Nella foto piccola, i periti controllano, sul manichino, l’inclinazione del proiettile. |
Parole “tecniche” per descrivere ciò che tutti i presenti erano costretti a osservare: la teca cranica aperta, un lembo di pelle rigirato su un occhio, il foro d’entrata del proiettile nella zona occipitale, tutto a colori, tutto attraverso diapositive che Natale Di Luca ha mostrato ai giudici per chiarire da dove fosse stato sparato il colpo di calibro 22 che il 9 maggio del 1997 aveva ucciso Marta.
Ma era proprio così necessario tutto questo per giungere alla verità? Era davvero così importante da parte di coloro che devono stabilire dinamiche, traiettorie, emorragie, versamenti e quant’altro fare vedere queste diapositive scioccanti? Non sarebbe bastato un resoconto verbale, senza il contorno delle immagini? Si doveva far vedere a tutti in quale stato pietoso è stata ridotta la povera Marta?
«Il caso di Marta Russo mi ha molto turbato, non posso nasconderlo», dice il professor Natale Di Luca, che nell’aula ha illustrato con professionalità e distacco i risultati dell’autopsia, «io sono professore associato all’Università La Sapienza di Roma, la ragazza uccisa era una nostra studentessa, i due imputati sono due ricercatori, i testimoni e gli altri imputati sono tutti colleghi. Come si fa a non rimanere scossi da una vicenda così tragica?».
Giorgio Ferraro, fratello di Salvatore, che oramai da un anno segue le vicende processuali del fratello, era presente quella mattina, in tribunale. «Ho detto subito di essere rimasto inorridito», ha dichiarato a Visto, «se non ci fosse stato questo forte coinvolgimento emotivo, forse sarei rimasto freddo come resto impassibile quando, per ragioni di lavoro (mi occupo come avvocato di incidenti stradali), sono costretto a guardare le immagini delle autopsie.
«L’umana pietà deve prevalere, ma è anche evidente che noi tutti siamo alla ricerca della verità e delle prove che dimostrino l’innocenza di Salvatore e Giovanni. Io continuo a dormire tranquillo proprio perché sono certissimo della estraneità di mio fratello e di Giovanni, perché se così non fosse ci sarebbe da restare annichiliti per sempre dalla visione di quelle immagini. In ogni caso, ciò che ha detto il professor Di Luca ci ha molto confortato e in questo senso è stato necessario sottoporsi all’orrore».
«Il proiettile può essere stato sparato dalla finestra dell’Aula 6», è stato il responso del professor Natale Di Luca, ma poi, subito dopo, ha aggiunto di non poter escludere la possibilità che il colpo mortale possa essere stato esploso da un’altra finestra, come sostiene da un anno la difesa dei due imputati.
I quali, unici in tutta l’aula, sono rimasti freddi e impassibili alla vista delle diapositive dell’orrore, senza tradire la minima emozione. Ed è proprio questa freddezza una delle leve della tesi accusatoria dei pubblici ministeri Italo Ormanni e Carlo Lasperanza, che vuole Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro colpevoli di avere sparato il colpo di calibro 22 dall’Aula 6 dell’Istituto di Filosofia del diritto per dimostrare a se stessi che «il delitto perfetto esiste ed è quello senza movente». Una sfida al mondo che ricorda un celebre film di Hitchcock, Il nodo alla gola, dove due studenti appena laureati in filosofia e il loro professore uccidono un collega per dimostrare, appunto, che il delitto perfetto esiste.
Nando Festa
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