| Di Gennaro De Stefano, pubblicato su Visto 1995 N° 42 |
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di GENNARO DE STEFANO |
A sinistra, Mascia Torelli, 24 anni, in un raro sorriso, dopo l'arringa del suo difensore. La notte del 14 dicembre scorso uccise con una Magnum 357 il padre-padrone Dalmarino Torelli, 47, che aveva trasfor- mato la sua vita in un inferno di violenza. Accanto al sommario, la carta d'identità dell'uomo, col foro di un proiettile, e la pistola del delitto. |
Una sentenza mite, che consente a Mascia di guardare alla propria vita con un barlume di speranza, dopo aver attraversato un tunnel buio, una galleria degli orrori al termine della quale, nella sua mente, oramai, s'era delineata la certezza che suo padre, il «Mostro» che ossessionava e riempiva d'incubi la sua vita, volesse uccidere lei, la sorella Katiuscia e la madre Marina. Tre giovani donne ridotte a comparse mute e terrorizzate, tre donne che ogni giorno dovevano temere le violenze tra le mura domestiche di un uomo rispettato nella cittadina abruzzese per la sua posizione economica e amato dagli sportivi perché artefice della rinascita del Giulianova Calcio, squadra che oggi milita nel campionato di C2 e che aveva rischiato di scomparire.
Una violenza continua, inenarrabile, fatta di episodi che solo i disattenti hanno potuto definire esplosioni incontrollate, ma che, questo è emerso al processo, erano grani di un rosario di dolore la cui stazione finale era la crocifissione di Mascia, Katiuscia e Marina. Ed ha avuto un bel coraggio l'avvocato della parte civile (i parenti dell'uomo costituitisi contro Mascia per difendere la memoria del morto) a dire che quelle violenze «non sono mai andate oltre certi limiti» e che Dalmarino mai aveva pensato di far fuori né le figliole, né la moglie. E che quindi l'omicidio andava duramente condannato con una pena esemplare (i 24 anni richiesti dal P.M.) anche se non con l'ergastolo, una pena che consentisse alla ragazza di «ricostruirsi una vita». «Anche la vita di Dalmarino era sacra», ha argomentato. «E la nostra non lo era?», ha domandato tra le lacrime Marina, la moglie del'imprenditore abruzzese subito dopo la sentenza, sintetizzando quel rosario di episodi di violenza di cui, dapprima lei e quindi le figlie, erano state vittime.
«Alzava il dito sinistro e voleva il pepe, alzava il dito destro e desiderava il sale, senza neppure parlare comandava e loro tre dovevano obbedire, pranzando ad occhi bassi; mai un gesto d'amore, mai una tenerezza, mai nulla che potesse alleviare il clima di terrore instaurato in casa. I mozziconi di sigaretta spenti sulle braccia delle ragazze erano poi una crudele specialità». Così Maria, sorella di Dalmarino, venuta dalla Germania, ha descritto suo fratello nella deposizione resa dinanzi alla Corte di Teramo.
«Un mandarino avvizzito, capitato per caso tra la frutta, generò un massacro di piatti, bicchieri e sedie spaccate; con un pugno colpì al volto Katiuscia e solo l'intervento di Mascia riuscì ad impedire che mi ammazzasse di botte»: così lo ha ricordato la moglie Marina, dinanzi ad una giuria rabbrividita e commossa, per poi continuare raccontando di come loro tre dovettero pulire a specchio la casa per rimettere ordine nel macello combinato dal marito.
Ed ancora avanti in questa giaculatoria di dolore che sembra emergere dalle pagine di un romanzo di Charles Dickens: Mascia, sola come un'orfanella, Katiuscia, «l'incompresa» ventisettenne, che oggi sembra una donna di quarant'anni, sofferente ed appassita, ma forte e determinata a mandare avanti l'azienda del padre; Marina, toscana di Arezzo, catapultata in Abruzzo dopo mille peripezie, occhi fieri e sempre pieni di lacrime, che quando parla mischiando il suo italo-franco-aretino dice «mais» invece di ma e che la sera prima dell'omicidio, dopo che il marito le aveva spaccato una pala da muratore sulla schiena e voleva strangolarla, aveva deciso di morire perché non ne poteva più.
Queste le protagoniste, questo lo scenario d'inferno nei quale è maturato il parricidio di Mascia, questo il retroterra sempre pudicamente nascosto a tutti, anche ai parenti, anche ai carabinieri, anche alla Giustizia («Sono io la legge!», urlava delirando nella sua patologica esaltazione Dalmarino Torelli), che ha consentito ad una Corte d'Assise serena ed equilibrata di emettere un verdetto che, secondo molti, ha tentato di coniugare giustizia e speranza.
«No, signori della Corte», ha esclamato senza neppure alzare la voce l'avvocato Lino Nisii durante la sua arringa difensiva, «io non mi sento di chiamare parricidio questo omicidio. Perché Mascia non ha mai avuto un padre, se non in senso anagrafico, e il mio sdegno verso quest'uomo non è tanto per ciò che ha fatto alla figlia in termini di violenza, di botte, di umiliazioni, no. Io esecro quest'uomo per come è oggi Mascia, una ragazza che pesa appena 42 chili, che non so se reggerà né ad una condanna né ad un'assoluzione, una ragazza bisognosa di cure, che non parla, che non sorride, che dorme solo con i tranquillanti».
Già, la dolce Mascia, descritta invece dal pubblico ministero come una Calamity Jane, pistolera fredda e implacabile, da quella terribile sera non dorme più e se non avesse incontrato due o tre persone capaci di starle vicino e di aiutarla a non sprofondare nel baratro dell'autodistruzione, forse oggi non avremmo più un'imputata condannata ad una pena mite e che mantiene intatta la speranza, ma ci rimarrebbe solo il ricordo di un fatto di cronaca, appassitosi nel tempo, travolto da mille altri episodi: con due morti invece di uno.
La prima: Nada Galliè, l'amica silenziosa scoperta da Visto nelle prime ore dal terribile fatto, la ragazza coetanea di Mascia, testimone atterrita delle violenze del padre che raccoglieva gli sfoghi e le paure della ragazza, che le consigliò di fuggire di casa e che dichiarò al nostro giornale subito dopo l'arresto dell'amica: «Mascia non avere paura, ti starò vicina fino alla fine di questa storia». Ed ha mantenuto la parola, ombra silenziosa e rassicurante per l'amica insicura e sconvolta.
Il secondo: Fratel Antonio, l'ex transessuale di Reggio Emilia il quale, rinnegata una vita di prostituzione e peccato, decise di aprire un «luogo» di preghiera e conforto e che scrisse a Mascia una lettera in carcere aprendole il cuore alla speranza ed alla fiducia. Tornò nell'ombra nella quale opera il suo apostolato di fede, scevro da presenzialismi e dalla gratuita pubblicità; ma a lui Mascia ha voluto mandare un pensiero d'affetto anche attraverso le colonne del nostro giornale. Un uomo dedicatosi alla preghiera cui lei si aggrappò dicendo: «Non so pregare perché anche questo mi impediva mio padre, ma dentro di me sento il desiderio e la spinta a farlo».
E infine l'avvocato Lino Nisii: forse mai, come in questa circostanza, un legale ha ricoperto un ruolo tanto importante. Certo, abile e prestigioso avvocato di provincia, di quelli che nel silenzio dei piccoli tribunali giganteggiano per preparazione, per competenza ed oratoria, senza apparire sui giornali, senza dichiarazioni bellicose ed anticonformiste. Ma non sarebbe bastato: occorreva altro e quest'uomo elegante e schivo ha dato innanzitutto a Mascia la dignità che un altro uomo le aveva sempre negato, umiliandola come donna e come figlia. Le sue parole non erano reboanti né potevano esserlo, ma la Corte ha capito e ha giudicato.
Comprendendo innanzitutto il dramma e le sofferenze di Mascia, senza però concedere l'assoluzione piena che poteva giustificarsi soltanto con una infermità mentale piena. No, nel punirla per ciò che lei ha fatto, la Corte ha voluto dirle: «Mascia, va' avanti; non possiamo assolverti perché, forse, ti danneggeremmo ancor di più dichiarandoti pazza.
«Tu pazza non sei, e se ti diamo dieci anni è perché ti sproniamo a vivere, perché la tua vita adesso può iniziare. Tu non sei pazza e forse lo saresti diventata se quell'uomo che hai ucciso avesse continuato nella sua opera distruttrice».
Gennaro De Stefano
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